SEMPRE LA STESSA MAFIA

Unica novità il coinvolgimento dei “Compro Oro”

Per un mese di seguito, da fine marzo a fine aprile, a Palermo e Provincia si sono succedute ben quattro operazioni antimafia più una chiusura d’indagine iniziata l’anno scorso. In tutto, 28 persone arrestate e 67 indagate.

Nella Provincia sono state colpite le famiglie mafiose di Belmonte Mezzagno e S. Mauro Casteverde, in città quelle di Brancaccio – Ciaculli, Borgo Vecchio – Kalsa, Palermo Centro – Porta Nuova.

5 diverse inchieste che hanno al centro sempre le stesse attività illegali tipiche di Cosa Nostra palermitana: estorsioni, traffico di droga, rapine e riciclaggio di denaro sporco. Con la novità del coinvolgimento di alcuni “Compro oro”, che se da un lato segnalano l’attuale estrema difficoltà economica della gente comune, dall’altro evidenziano la capacità dei boss di cogliere le nuove occasioni che via via si vanno offrendo. Intuiscono cioè i nuovi canali remunerativi e aggiornano i propri orizzonti criminali.

E se è vero che queste recenti operazioni ci raccontano di una mafia che non ha più i lucrosissimi affari dei decenni passati come il controllo del traffico di droga e gli appalti pubblici, è anche evidente che ci descrivono di alcuni perduranti e vecchi comportamenti. Intanto le bocche cucite degli operatori economici delle zone più “inquinate” del territorio palermitano, e poi lo spietato e violento agire degli uomini delle cosche che confermano la loro feroce matrice delinquenziale.

GLI OPERATORI ECONOMICI NON COLLABORANO

Le operazioni “Tentacoli” e “Stirpe” del 20 luglio 2021, che avevano interessato tutto il territorio del mandamento cittadino di Brancaccio – Ciaculli, ci avevano fatto capire che l’antico potere dei Greco di Ciaculli era stato restaurato a discapito dei “corleonesi” di Brancaccio e Corso dei Mille. https://www.maredolce.com/2021/08/27/a-ciaculli-i-greco-restaurano-il-loro-potere-mafioso/ Questi ultimi, durante la seconda guerra di mafia dei primi anni ’80, avevano disseminato di morti e lupare bianche le strade e i quartieri di questa parte di città. Gruppi di fuoco, camere della morte e omicidi in serie, connotavano terribilmente la cronaca dei quotidiani locali giorno dopo giorno.

Ebbene, forse non a caso qui, in questi territori sconvolti e atterriti dalla violenza mafiosa, i commercianti nel corso di queste due indagini non hanno collaborato. Non hanno denunciato intimidazioni e richieste di pizzo, e a fine marzo in quaranta sono stati indagati per favoreggiamento.

C’è chi come Addiopizzo sottolinea gli stretti legami di parentela, amicizia, connivenza e interesse, che spesso legano vittime ed estortori. E questo senza dubbio è vero e rende difficilissima la collaborazione con gli inquirenti. Ma sicuramente, pensiamo noi, nel corso dei decenni passati il capillare controllo del territorio fatto in maniera spietata e crudele dalle cosche mafiose ha inciso negli animi e nelle coscienze degli abitanti di questa zona della città.

Quindi l’insieme di paura e legami troppo stretti rende problematico un cambiamento verso la normalità.

A BELMONTE MEZZAGNO NULLA È CAMBIATO

A Belmonte Mezzagno, pochissimi chilometri da Palermo, l’operazione “Limes” di giovedì 7 aprile ci racconta come la linea “corleonese”, quella dura e spietata, è ancora viva e vegeta in questa parte della Provincia palermitana.

Infatti, differentemente dal resto dell’entroterra dove vige una relativa calma, quì negli ultimi tre anni ci sono stati tre omicidi e uno non andato a buon fine. Inoltre, durante questa indagine si è rinvenuto e sequestrato un grosso arsenale in possesso della cosca locale. Si è accertato infine che tutte le attività economiche e produttive della zona erano sotto stretto controllo del clan al comando.

Tra i nove arrestati c’è Agostino Giocondo che sembrerebbe essere diventato il nuovo capo indiscusso. A lui ci si rivolgeva per compare un’auto usata, per avere restituita la merce rubata, per non avere la concorrenza nello stesso settore. Perfino per “avvertire” il marito infedele.

Insomma, a Belmonte Mezzagno la mafia avrebbe esercitato un vero e proprio contropotere illegale che soddisfaceva le esigenze di giustizia degli abitanti del luogo.

Soprattutto si è registrato che gli arrestati avrebbero adempiuto ad uno dei principali compiti richiesti a chi rimane in circolazione e libero di muoversi: sostenere le famiglie dei carcerati. E questo significa mantenere in vita Cosa Nostra. Infatti, soddisfare le esigenze economiche degli affiliati fa sì che si perpetui l’esistenza dell’organizzazione e si rafforzi l’identità dei suoi appartenenti.

KALSA E BORGO VECCHIO: IL REGNO DEGLI ABBATE

L’operazione “Porta dei Greci” che l’11 aprile ha portato in carcere otto persone, ha sancito ancora una volta che il potere nelle zone della Kalsa edel Borgo Vecchio a Palermo viene esercitato inesorabilmente dalla famiglia Abbate. Un intero nucleo familiare che da vent’anni è sempre stato coinvolto nei traffici illeciti sviluppati nel regno che un tempo fu degli Spadaro.

Ottavio Abbate, in carcere, da un cellulare, chiamava per dare ordini e dirigere il traffico di stupefacenti. Ma anche per ricordare a chi stava fuori di mantenere la propria famiglia e quella di suo fratello Luigi, il famoso “Gino ‘u mitra”.

L’indagine partita nel 2017 dalla denuncia del candidato sindaco Ismaele La Vardera e proseguita nel 2019 con il sequestro di 449 panetti di hashish del peso di 45 chili, ha rivelato che negli ultimi tempi la vendita degli stupefacenti è per i clan un canale di arricchimento molto più semplice della riscossione del pizzo. La pandemia infatti ha colpito duramente i commercianti, e quindi le richieste dei boss spesso non possono essere soddisfatte.

Il traffico di droga negli ultimi mesi si è enormemente espanso. Lo testimoniano le 250 misure cautelari emesse dagli inquirenti. Un’attività e un commercio, quello degli stupefacenti, che fa da “ammortizzatore sociale” per le numerose famiglie che versano in difficoltà economiche.

LA DROGA ARRIVA IN CITTA’ DA S. MAURO CASTELVERDE

Mercoledì 13 aprile l’operazione “Social Bamba” ha portato in carcere 6 persone. Al centro dell’inchiesta un traffico di cocaina che in ogni momento della giornata e in maniera serrata veniva consegnata ai consumatori a Palermo. Era proprio la “fidelizzazione” del cliente che curavano gli organizzatori dello spaccio. Consegne a domicilio, linguaggio in codice e conoscenza personale, sono state infatti le caratteristiche notate dagli inquirenti.

S. Mauro Castelverde

L’indagine ha le radici nell’operazione “Alastra” del giugno 2020 che aveva colpito la cosca di S. Mauro Castelverde. Allora si era scoperto un solido legame con la famiglia mafiosa palermitana di S. Maria di Gesù.

Anche questa volta il clan del piccolo centro madonita ha subito alcuni arresti. Tra tutti spicca il nome di Giuseppe Scialabba che sarebbe un personaggio emergente. Gli investigatori nel comunicato stampa hanno descritto il comportamento dei componenti della banda particolarmente “determinato, venale, spietato e violento”, anche se “anagraficamente molto giovani e senza un elevato spessore criminale”.

IL NUOVO AFFARE: I “COMPRO ORO”

Così come i centri scommesse dislocati ad ogni angolo di strada, in città anche i “Compro Oro” sono sorti come funghi negli ultimi anni. Ambedue le attività ampiamente utilizzate da Cosa Nostra per fare affari e riciclare denaro sporco.

Giovedì 21 aprile sono finite in carcere 5 persone e 27 sono state indagate. Al centro dell’inchiesta alcuni “Compro Oro” di Palermo e Vincenzo Luca, longa manus della famiglia mafiosa di Porta Nuova. Cinque le aziende sequestrate e cinque milioni di euro il valore patrimoniale dell’operazione.

Tutti i furti e le rapine nel territorio del mandamento di Porta Nuova dovevano essere autorizzati dai boss. Non solo: la refurtiva doveva essere portata necessariamente da quei ricettatori “Compro Oro” specificatamente indicati. E comunque tutti dovevano fare riferimento alla “Luca trading” della famiglia Luca, inizialmente finanziata dai 100mila euro di Luigi Abbate, boss della Kalsa e di Borgo Vecchio. Alla fine del giro, la cosca imponeva il pizzo due volte: prima sul furto, poi dopo la fusione dell’oro.

Alle indagini hanno contribuito le dichiarazioni di Alessio Puccio, il ladro acrobata che per paura di essere ucciso si è consegnato alle forze dell’ordine. È stato proprio lui che ha raccontato il rigido controllo della famiglia di Porta Nuova sui furti e sui “Compro Oro”.

Giovanni Burgio

Pubblicato il Maggio 13, 2022, in antimafia, MAFIA con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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