NON SOLO MESSINA DENARO

IN SICILIA NEGLI ULTIMI DUE ANNI COINVOLTE PIU’ DI 2.000 PERSONE

L’arresto di Matteo Messina Denaro non è un caso isolato, un evento straordinario. Non è un singolo squarcio di luce in una notte buia e tempestosa. Dopo le stragi del ’92 – 93, in questi trent’anni, le operazioni antimafia in Sicilia portate a termine dalla magistratura e dalle forze dell’ordine sono state innumerevoli, continue e incessanti. Centinaia e centinaia.

Cosa Nostra è stata colpita al cuore e non è più potente come una volta.

Tutti i corleonesi sono stati presi e stanno scontando l’ergastolo. I tentativi di ricostituire la Cupola sono naufragati grazie ad intercettazioni e arresti. In tutte le provincie siciliane le cosche hanno subito colpi notevoli. Le varie famiglie mafiose ogni due – tre anni vedono decapitati e imprigionati i loro vertici.

La conseguenza di questa attività contro i boss è che il mercato della droga, sia a livello nazionale che internazionale, non è più egemonizzato da Cosa Nostra. La ‘ndrangheta, infatti, ha preso il suo posto nell’approvvigionamento e nello smercio delle sostanze stupefacenti.

Il nichilismo che sempre accompagna retate e arresti, i pessimistici proclami della invincibilità della mafia, la sicumera con cui si afferma l’attuale connivenza tra organi istituzionali e mafia, vengono smentiti e mal si conciliano con fatti e riscontri, numeri e dati, processi e condanne.

Basterebbe citare le 75 operazioni che negli ultimi due anni, 2021-2022, hanno coinvolto più di 2.000 persone associate o fiancheggiatrici di Cosa Nostra siciliana.

Insopportabili e giustificati sono stati quindi lo scettiscismo dopo l’arresto del superlatitante, le miserevoli polemiche sulle mancate manette, il colto e supponente dietrologismo, la proclamazione dell’ennesima trattativa, il sempre presente complottismo disfattista.

Non ci si rende conto che così facendo, non solo si fa disinformazione, ma si produce sfiducia e sconforto nella gente. Si alimenta, anche, il nocivo qualunquismo verso la politica. Si offre, in sostanza, un inaspettato e non richiesto aiuto all’organizzazione criminale.

ARRESTI E INDAGINI ANTIMAFIA IN SICILIA NEL 2022

In Sicilia nel 2022 le operazioni antimafia sono state 40, così suddivise nelle varie provincie:

18 nel palermitano

13 nel catanese

3 nell’ennese

2 nel trapanese

2 nel messinese

1 nel siracusano

1 tra Messina e Catania

Nessuna nel ragusano, agrigentino e nisseno.

Gli arrestati sono stati 568; 81 i domiciliari; 200 gli indagati. Le misure cautelari 19, 3 le interdittive a svolgere attività imprenditoriale.

Il risultato totale è di 863 persone coinvolte. Un po’ meno delle circa 1.200 del 2021 (https://gioburgio.wordpress.com/2022/03/16/un-anno-di-operazioni-antimafia-in-sicilia/).

A Palermo città sono stati particolarmente colpiti i mandamenti di Porta Nuova (5 operazioni), Brancaccio-Ciaculli (4), Noce (2).

Nella provincia ci sono state retate contro le cosche di S. Mauro Castelverde, Misilmeri, Belmonte Mezzagno.

Da notare che nel catanese, sulle 14 operazioni portate a termine, ben 6 hanno riguardato il gruppo Santapaola.

PALERMO

UN CONTROLLO DEL TERRITORIO ASFISSIANTE

Concentrandoci soprattutto sulle operazioni concluse a Palermo il primo dato che emerge è quello del capillare e asfittico controllo del territorio da parte di tutte le famiglie mafiose. Un po’ meno nel centro città e soprattutto nelle periferie, il potere e il dominio delle cosche è assoluto.

Spaccio di sostanze stupefacenti, imposizione del pizzo, disciplina delle attività economiche, vengono quotidianamente esercitati da boss e soldati di Cosa Nostra.

Il territorio è suddiviso rigidamente metro per metro e tutti gli affari sono regolati dai capifamiglia che impongono le regole dell’organizzazione.

Le inchieste che hanno coinvolto la famiglia Mulè di Palermo Centro, Salvatore Profeta e Giovanni Adelfio di S. Maria di Gesù e Villagrazia, Carmelo Giancarlo Seidita della Noce, sono esempi della gestione economica d’interi quartieri. Nulla può sfuggire ai boss, neanche le feste rionali, persino il posizionamento delle bancarelle degli ambulanti. Pure l’apertura di una sala da barba deve essere permessa dal capo mafioso locale.

Censimento di tutte le attività commerciali e persecuzione degli imprenditori sono i principali obiettivi delle famiglie mafiose, che rilasciano nullaosta, riscuotono “regali”, impongono merci e personale.

In questi territori, libero mercato e concorrenza sono concetti astratti e un traguardo ancora lontano da raggiungere.

Ha detto la Coldiretti dopo l’operazione “Fenice” a Misilmeri “La malavita distrugge la concorrenza, il libero mercato legale, compromette in modo gravissimo la qualità e la sicurezza dei prodotti. E con l’estorsione e l’intimidazione impone l’utilizzo di specifiche ditte di trasporti o la vendita di determinati prodotti”.

IL PIZZO E L’AMBIGUITA’ DEGLI IMPRENDITORI DI CORSO DEI MILLE, BRANCACCIO, CIACULLI

Nel mandamento Brancaccio – Ciaculli si è registrato un ostinato silenzio delle vittime del pizzo.

Le operazioni “Tentacoli” e “Stirpe” del 20 luglio 2021,che avevano colpito le famiglie diBrancaccio, Corso dei Mille e Ciaculli, avevano certificato come nessun commercianteaveva resistito alla richiesta di denaro. Nessuna denuncia era stata fatta e nessuno aveva collaborato. Così, a fine marzo 2022 quaranta imprenditori sono stati indagati per favoreggiamento.

Nelle carte dell’indagine del successivo blitz del 17 maggio, sempre nello stesso mandamento, si leggeva che alle estorsioni non sfuggiva nessuno, né i piccoli rivenditori né i grandi commercianti. Lo “sfincionaro”, il negozio di bombole, la grossa azienda di trasporti, i grandi supermercati, tutti dovevano versare la loro quota “per sostenere le famiglie dei detenuti”. Ma soprattutto gli inquirenti facevano notare che sulle 50 richieste di pizzo documentate, solo dieci erano state ammesse dagli estorti.

A fine novembre, in questa stessa zona, altri 42 imprenditori sono stati indagati.

A questo punto è bene ricordare cosa è successo nei decenni passati in questa parte della città.

Nella seconda guerra di mafia dei primi anni ’80, i “corleonesi” di Brancaccio e Corso dei Mille hanno disseminato di morti, strade, vicoli e marciapiedi. Gruppi di fuoco, camere della morte, lupare bianche, hanno connotato terribilmente quegli anni.

Ebbene, la ragione per cui i commercianti nel corso di questi recenti blitz non hanno collaborato potrebbe forse risiedere nel fatto che questi luoghi sono stati sconvolti e atterriti dalla violenza mafiosa. Terrore e orrori vissuti dalle persone residenti probabilmente hanno un nesso con le mancate denunce e la scarsa collaborazione. L’anno scorso il generale dei carabinieri Arturo Guarino aveva affermato che “Certi nomi fanno paura a prescindere dai personaggi stessi”.

Ma Addiopizzo fa un’analisi diversa, e riferendosi al perdurante atteggiamento non collaborativo degli operatori economici, dice un’altra cosa, sottolineando un fattore nuovo: “Oggi a differenza del passato il tema che investe la maggior parte di coloro che pagano non è più quello della paura né tanto meno della solitudine, ma quello della connivenza.

L’associazione antiracket, infatti,ultimamente ha spesso evidenziato gli stretti legami di parentela, amicizia, o addirittura interesse, che molte volte legano vittime e carnefici. Uno stretto legame tra estorti ed estortori, che o c’è già, o s’instaura nel tempo. Un rapporto che non sempre si può definire d’imposizione, di sopruso, ma che invece assume l’aspetto di comune convenienza e reciproco interesse.

E per rompere questa perversa e oscura alleanza, Addiopizzo nei primi giorni del nuovo anno ha lanciato una rigorosa proposta: “Emergono a più riprese relazioni di contiguità tra molti che pagano senza remore le estorsioni e la criminalità organizzata. Si tratta di commercianti e imprenditori che operano in settori come quello dell’edilizia sul quale negli ultimi anni si è puntato con l’investimento di decine di miliardi di euro sotto forma di bonus fiscali. Riteniamo maturi i tempi per l’adozione di norme che inibiscano l’accesso a tali misure a quelle imprese che pagano estorsioni e non denunciano perché conniventi con Cosa Nostra”.

L’OMICIDIO E L’ARRESTO DI 30 PERSONE NEL MANDAMENTO DI PORTA NUOVA

L’unico omicidio dell’anno in città ha provocato arresti, confessioni e colpi di scena (https://gioburgio.wordpress.com/2022/09/02/violenze-e-arresti-nel-mandamento-di-porta-nuova/). È avvenuto nel quartiere Zisa, mandamento mafioso di Porta Nuova.

Il 30 giugno è stato ucciso con tre colpi di pistola Giuseppe Incontrera, 45 anni. Sei giorni dopo, il 6 luglio ci sono stati 18 arresti. Dieci giorni dopo, altri 12 arresti. Gli inquirenti hanno detto che sono dovuti intervenire tempestivamente per scongiurare fughe e vendette. Infatti le intercettazioni, avviate già da tempo, facevano prevedere reazioni immediate e violente delle varie fazioni in campo.

Il mandamento mafioso di Porta Nuova negli ultimi anni si è rivelato un territorio ad alto tasso di omicidi e violenze: ben sei omicidi, tra cui quello “eccellente” dell’onorevole Fragalà, avvocato difensore di alcuni mafiosi. Ed è stato questo mandamento che nel 2022 ha subito la maggiore repressione da parte della magistratura e delle forze dell’ordine (5 operazioni antimafia).

In questa giurisdizione di Cosa Nostra i cognomi che contano sono quelli degli Abbate, Monti, Di Giovanni, Di Giacomo, Milano e Lo Presti. Nell’ultimo periodo sembrano prevalere le figure di Calogero Lo Presti, detto “Zio Pietro”, e Nicola Milano. Tutte queste famiglie sono imparentate e legate fra loro, con intrecci, omonimie, scontri e ribaltamenti di alleanze, che rendono difficile la lettura degli schieramenti e delle battaglie in corso.

Le ore e ore d’intercettazioni delle due operazioni Vento e Vento 2 che hanno portato in carcere le 30 persone hanno evidenziato sia l’assoluto controllo del territorio da parte delle cosche, sia l’ingente e incessante traffico di droga.

Il primo fenomeno è documentato dal pizzo estorto a tappeto a imprese edili, tabacchi, ristoranti, sale scommesse, negozi di biciclette. Ma anche dal divieto dei boss di aprire alcuni esercizi commerciali perché facevano concorrenza (è in questa zona che sono state vietate perfino le sale da barba).

L’affare della droga costituisce invece la maggiore entrata di questi clan che controllano le piazze di spaccio del Capo, di Ballarò e della Zisa. Con alcuni episodi che ci raccontano di una realtà cinica e spietata: l’offerta davanti ai SERT di dosi gratis ai tossicodipendenti che tentano di uscire dal tunnel; la fornitura di droga a domicilio 24 ore su 24 a persone che non vogliono correre il rischio di essere individuate; farmacisti che forniscono le sostanze chimiche per tagliare la droga.

IL TRAFFICO DI DROGA

Di fronte la difficilissima situazione economica creatasi con la pandemia di Coronavirus e la conseguente diminuzione degli affari di imprenditori e commercianti, “la messa in regola”, il pizzo, non costituisce più una facile fonte d’introiti per boss e picciotti.

Ecco allora che il tradizionale, sempre vivo e attivo traffico di stupefacenti si è rivelato la principale fonte di guadagno per le famiglie di Cosa Nostra.

L’operazione “Navel” nel mandamento Villagrazia – S. Maria di Gesù ci ha fornito il dato di 12 mila euro d’incasso al mese (https://gioburgio.wordpress.com/2022/08/09/la-vita-parallela-nei-quartieri-a-palermo/). Le due operazioni Vento e Vento 2 nel mandamento di Porta Nuova ci hanno dato la cifra di 3-4 mila euro al giorno per i clan, con un guadagno per i pusher di 100 euro giornalieri (https://gioburgio.wordpress.com/2022/09/02/violenze-e-arresti-nel-mandamento-di-porta-nuova/).

Un fiume di denaro che fa dire a Giuseppe Marsalone di S. Maria di Gesù, “Faccio sempre più soldi. Io i soldi li pesavo. Avevo sette persone che contavano soldi. Avevo un tavolo pieno pieno di soldi, tutto il giorno. Arrivavo a un punto che glieli facevo posare, perché ero stanco. Avevo la nausea” (https://gioburgio.wordpress.com/2022/12/16/big-club-sport-allombra-del-campetto-le-famiglie-fanno-cartello/).

Il commercio degli stupefacenti negli ultimi mesi si è espanso enormemente. Lo testimoniano le 250 misure cautelari emesse dagli inquirenti nei quartieri Sperone, Borgo Vecchio, Albergheria. Una lucrosa e fiorente attività che fa da “ammortizzatore sociale” per le numerose famiglie che versano in stato di bisogno e che si sono date al confezionamento e allo spaccio del Crack per risolvere i loro problemi economici.

Quella che noi abbiamo chiamato operazione Big Club Sport ha poi smentito il luogo comune che vuole Cosa Nostra rigida e fedele nel rispettare le regole interne all’organizzazione (https://gioburgio.wordpress.com/2022/12/16/big-club-sport-allombra-del-campetto-le-famiglie-fanno-cartello/). Questa indagine ha confermato che quando ci sono in gioco grossi affari e grandi introiti monetari le famiglie mafiose mettono da parte le vecchie norme e adottano metodi più moderni e dinamici. Infatti, la tradizionale e severa divisione territoriale fra le varie famiglie è stata ignorata e superata dai clan di Brancaccio, Porta Nuova e Tommaso Natale per guadagnare quanto più possibile dal traffico di hashish, marijuana, cocaina. Si sono create così alleanze e compartecipazioni che hanno visto più gruppi, anche molto distanti territorialmente, fare “cartello”.

E l’attuale stato di Cosa Nostra siciliana che non controlla più il traffico di droga, viene mirabilmente fotografato dall’esterno, da chi oggi detiene nelle proprie mani il commercio della droga. Dicono i trafficanti montenegrini e serbi a proposito delle famiglie mafiose palermitane: “Non sono più quelle di una volta, non hanno lo stesso calibro. Invece i calabresi…” (https://gioburgio.wordpress.com/2022/06/24/il-controllo-dellacqua-a-ciaculli/). La ‘ndrangheta infatti gestisce ormai da molti anni il commercio e lo spaccio delle principali sostanze stupefacenti.

LA NOVITA’ DEI “COMPRO ORO”

Accanto alle consuete attività illegali di Cosa Nostra, estorsioni e traffico di droga, l’operazione che giovedì 21 aprile ha portato in carcere 5 persone e 27 indagate ha segnalato un nuovo campo d’interesse delle cosche: i “Compro Oro” (https://gioburgio.wordpress.com/2022/05/).

Così come i centri scommesse, anche i “Compro Oro” sono sorti come funghi ad ogni angolo di strada negli ultimi anni. Se ambedue le attività sono state ampiamente utilizzate da Cosa Nostra per fare affari e riciclare denaro sporco, questo recente settore economico evidenzia la capacità dei boss di cogliere le nuove occasioni che via via si vanno offrendo. Si conferma così la particolare attitudine dei clan d’intuire i nuovi canali remunerativi e aggiornare i propri orizzonti criminali.

Al centro dell’inchiesta, alcuni “Compro Oro” di Palermo e Vincenzo Luca, longa manus della famiglia di Porta Nuova. Cinque le aziende sequestrate e cinque milioni di euro il valore patrimoniale dell’operazione.

Tutti i furti e le rapine nel territorio del mandamento dovevano essere autorizzati dai boss, e la refurtiva doveva essere obbligatoriamente portata da quei ricettatori “Compro Oro” specificatamente indicati. In sostanza, rapinatori e ladri dovevano rivolgersi solo alla “Luca trading” della famiglia Luca.

Alla fine del giro, la cosca imponeva il pizzo due volte: prima sul furto, poi dopo che l’oro veniva fuso.

COSA NOSTRA IN DIFFICOLTÀ RITORNA ALL’ANTICO

C’è un ulteriore elemento che si può notare dalle retate condotte a termine: il ritorno a vecchi sistemi e vecchi linguaggi.

A Ciaculli c’è ancora il controllo dell’acqua per irrigare i campi e i giardini di agrumi. Antichi termini come “zappa”, l’unità di misura del flusso dell’acqua, e “tumulo”, l’estensione del terreno, vengono pronunciati nelle intercettazioni dai boss di quartiere. E non solo: l’installazione di cancelli di ferro e l’apposizione di grossi catenacci rendono impenetrabili strade e poderi agli estranei e alle forze dell’ordine.

Nei mercati storici del centro città è poi tornata “la riffa”, l’antica e tradizionale lotteria di Cosa Nostra per imporre il pizzo e controllare le attività commerciali.

E sempre a Palermo Centro riaffiora un’altra vecchia abitudine degli appartenenti alle famiglie mafiose che si può definire quasi un carattere antropologico: l’uso dei soprannomi, delle ‘nciurie. Tutt’e nove gli arrestati del 15 dicembre ne hanno uno; alcuni due. Menzioniamone qualcuno: ‘U zio, Roma, Ricotta, Sicarru, Sicarieddu, ‘U pacchiuni, Benzina, Pompa (https://gioburgio.wordpress.com/2022/12/27/riffe-nciurie-e-bancarelle/).

Linguaggi, metodi, consuetudini, che sia nei vicoli del centro storico che nelle campagne della periferia ci riportano indietro nel tempo.

LE INTERCETTAZIONI E I NUOVI MEZZI TECNOLOGICI

In tutte le varie operazioni antimafia lo strumento che si è rivelato di straordinaria importanza è l’intercettazione telefonica.

Sin da quando i mafiosi escono dal carcere, poi salgono in macchina, vanno a casa, incontrano parenti e amici, viaggiano e fanno incontri, vengono monitorati minuto per minuto da cimici, microspie, telecamere e sensori di ogni genere. Autovetture, telefoni, case, sono imbottiti dei più innovativi mezzi elettronici. E anche quando i boss si sentono al sicuro, all’aperto, in piena campagna, sofisticatissime telecamere e intercettatori a lunga distanza riescono a captare immagini, conversazioni, confidenze delicate, sfoghi liberatori.

Lo sviluppo dei mezzi tecnologici degli ultimi anni ha dato un contributo essenziale alla lotta a Cosa Nostra. Venti o trenta anni fa non esistevano questi strumenti d’indagine. Oggi invece ci si può avvalere di questa moderna tecnologia che momento per momento permette agli inquirenti d’intervenire tempestivamente.

Questo è quanto è accaduto per esempio nelle due operazioni prima citate che hanno colpito il mandamento di Porta Nuova nel mese di luglio. Grazie agli elementi raccolti tramite le intercettazioni si sono sventate fughe d’indagati, vendette immediate, possibili omicidi. E lo abbiamo visto anche durante le elezioni amministrative a Palermo, quando per ben due volte alcuni candidati sono stati registrati in incontri e conversazioni con locali boss mafiosi appena usciti dal carcere.

Il clamoroso scivolone del neo ministro alla giustizia Carlo Nordio che ha affermato che “i mafiosi di sicuro non parlano ai cellullari” si può solo giustificare con la sua sporadica frequentazione delle indagini antimafia.

TRAPANI

L’operazione “Hesperia” del 6 settembre 2022 che ha coinvolto a vario titolo oltre 70 persone l’avremmo citata in ogni caso e ne avremmo scritto comunque. Ma il titolo che abbiamo dato a quel blitz “Si stringe il cerchio attorno al superlatitante” si è rivelato calzante e profetico dopo l’arresto il 16 gennaio 2023 di Matteo Messina Denaro (https://gioburgio.wordpress.com/2022/10/03/si-stringe-il-cerchio-attorno-al-superlatitante/).

In verità non ci aspettavamo una così rapida conclusione della latitanza dell’ultimo dei corleonesi, soprattutto perché i 30 anni di coperture e protezioni lasciavano presupporre ancora qualche mese in più di libertà del rispettato boss.

Ma è indubbio e innegabile che in questi ultimi 10 anni sono stati arrestati e indagati circa 250 tra complici, familiari, fiancheggiatori, prestanome, del superlatitante di Castelvetrano. E centinaia di milioni di euro è il valore dei beni sequestrati ai suoi complici.

Se molti si mostravano scettici che prima o poi l’ultimo dei corleonesi sarebbe caduto in trappola, in tanti ora dovranno riconoscere che invece con tutte queste retate era stata fatta terra bruciata attorno al boss.

Giovanni Burgio

25 Gennaio 2023

RIFFE, ‘NCIURIE E BANCARELLE:

IL RITORNO INDIETRO DI COSA NOSTRA

Nel controllo del territorio capillare, minuzioso, metro per metro, della famiglia Mulè forse possiamo rintracciare l’attuale stato di Cosa Nostra palermitana. Un ritorno alle origini, anzi all’essenza della criminalità organizzata siciliana: l’imposizione del pizzo.

Nessuna attività economica, piccola o grande che sia, deve sfuggire ai boss locali, neanche le bancarelle dei mercati storici di Palermo (Capo, Ballarò, Vucciria, Kalsa), neanche gli ambulanti stranieri; pure un ombrellone con sotto un tavolino in mezzo a una strada.

Tutti devono chiedere il permesso e pagare. Tutti devono “mettersi a posto”. Tutti devono versare la loro quota per stare tranquilli: “Quello delle torte, quello delle cassate, il fioraio, quello del Caf, il tunisino che vende sigarette, quello delle noccioline, quello della pizza, quello di piazza S. Domenico, quello di via Borsa, il pub, quello delle sigarette, quello dello sgombro”, i boss non hanno dubbi, la loro tassa deve essere applicata a chiunque.

Anche il metodo della riscossione del “pizzo” rimanda al passato: nei quartieri si fa la riffa”, l’antica e tradizionale lotteria di Cosa Nostra. Ogni commerciante deve obbligatoriamente acquistare un biglietto con un numero. L’estrazione dei tre numeri vincenti avviene a fine settimana. Così della somma totale incassata dal clan, una parte va come premio delle vincite, il resto, la quantità più grossa, serve sia a mantenere le famiglie dei detenuti, sia ad alimentare il traffico di droga, ma anche ad assicurare a capi e sottocapi introiti e sicurezza economica.

Massimo Mulè

Sono questi due fatti l’aspetto più importante emerso dall’ Operazione Centro che giovedì 15 dicembre ha portato in carcere 9 persone. Una retata che ha colpito la famiglia mafiosa di Palermo Centro, mandamento di Porta Nuova, dove al vertice sembrano essere ritornati Francesco Mulè e suo figlio Massimo.

Il blitz è stato accelerato dal pericolo di fuga di alcuni degli indagati, che a quanto pare avevano alcune “talpe” all’interno degli organi istituzionali che li informavano delle indagini. E la conferma indiretta che alcuni si preparavano a far per perdere le loro tracce si è avuta dalla moglie di Gaetano Badalamenti, uno degli arrestati. Per lei, gli strani preparativi per la partenza del marito nascondevano invece un tradimento sentimentale, e per questo si è rivolta ad una cartomante.

Nomi e cifre delle estorsioni venivano annotate in un’agendina custodita in un negozio di toelettatura per animali del nipote di Mulè. E come in una qualsiasi altra azienda, conti e bilanci si chiudevano a fine anno, e quindi le somme ancora da riscuotere si dovevano sollecitare. Anche perché “Questi… tutti in mezzo la strada sono! Sono terremotati”, alludendo alle chiare difficoltà economiche delle famiglie mafiose.

Naturalmente anche lo spaccio di droga è stato al centro dell’interesse del clan. In questo settore sembrano essersi distinti Gaetano Badalamenti, Alessandro Cutrona e Leandro Naso; il primo con una posizione di netta superiorità rispetto agli altri due.

Un commercio intenso e pervasivo che copriva tutti i territori di competenza, con i pusher che dovevano attenersi alle rigide regole imposte da chi gli forniva le sostanze stupefacenti. E se qualcuno osava discutere o “traccheggiare” “Devono tremare. Devi essere più fermo! Loro si devono prendere le cose da noi. Alla Kalsa ci siamo noi”, dicevano i capi agli esecutori degli ordini.

Da quest’operazione antimafia è riaffiorata anche un’altra vecchia connotazione degli appartenenti alle famiglie mafiose, quasi un elemento antropologico della loro vecchia cultura popolare: l’uso dei soprannomi, delle ‘nciurie.

Tutt’e nove gli arrestati ne hanno uno; alcuni due; Badalamenti addirittura sei. Leggiamoli: ‘U zio, Mangeskin, Roma, Ricotta, Sicarru, Sicarieddu, Pitbull, ‘U pacchiuni, ‘U pugile, Mussolini, Benzina, Pompa.

Un linguaggio e un modo di vivere tra i vicoli del centro storico che segna un ritorno alle origini.

Giovanni Burgio

27 dicembre 2022

BIG CLUB SPORT: ALL’OMBRA DEL CAMPETTO LE FAMIGLIE FANNO “CARTELLO”

La potremmo chiamare Big Club Sport l’operazione antimafia che mercoledì 16 novembre ha portato in carcere 10 persone, 5 ai domiciliari, e ha indagato altri 20 fiancheggiatori. Infatti era in questo centro sportivo nella zona del Policlinico di Palermo gestito dalla famiglia Marsalone che si svolgevano le riunioni dei boss e si confezionavano le dosi di droga.

A reggere le fila del traffico due anziane figure delle famiglie palermitane di Cosa Nostra: Michele Micalizzi di Tommaso Natale – San Lorenzo e Salvatore Marsalone di Santa Maria di Gesù. Il primo è genero di Rosario Riccobono, uno dei boss perdenti uccisi dai corleonesi nella seconda guerra di mafia. Il secondo appartiene ad un nucleo familiare da sempre interessato al commercio degli stupefacenti e che ora si è avvicinato alla famiglia di Palermo Centro.

I due attempati boss avrebbero pure guidato una spedizione punitiva verso chi si rifiutava di pagare. E disquisivano sulla spranga di ferro da utilizzare per il pestaggio: forse ce ne voleva una più corta di quella procurata perché così sarebbe stata “più facile da trasportare, più maneggiabile”.

Un po’ più in basso di questi due capi, coinvolti nel traffico di stupefacenti ci sono le figure di Federico La Rosa e Vincenzo Vaglica. Mentre compaiono nell’inchiesta anche dei nomi già noti alle cronache degli ultimi anni: Girolamo Jimmy Celesia di Brancaccio e Maurizio Di Fede della Roccella.

Michele Micalizzi

Questa indagine ha fatto emergere come le famiglie di Cosa Nostra quando ci sono in gioco grossi affari e grandi introiti monetari mettono da parte le vecchie regole e adottano metodi e sistemi più moderni e dinamici. Infatti, la tradizionale e rigida divisione territoriale delle famiglie mafiose viene superata favorendo alleanze e compartecipazioni che vedono più gruppi, anche molto distanti territorialmente, fare “cartello”. In questo caso Brancaccio, Porta Nuova e Tommaso Natale si uniscono per lucrare quanto più possibile dal traffico di hashish, marijuana, cocaina.

Al centro di tutto, infatti, c’è un flusso continuo di droga, che in gran parte proveniva dai calabresi (due sono stati arrestati), ma che all’occorrenza si alimentava anche da Licata e Trapani. Ed è riemersa pure una via turco-iraniana, già abbastanza rigogliosa nel 2015, e che è ripresa due anni e mezzo fa; tutt’e due le volte è la famiglia Mondino che ricorre nelle indagini.

Per questo commercio di stupefacenti si è constatato un via vai di macchine, corrieri e “merce”, che ha originato molte cautele, provocato convulse contrattazioni, contrapposto stime e valutazioni diverse, coinvolgendo sia piccoli che grandi affiliati. Un fiume di denaro che fa dire a Giuseppe Marsalone, figlio di Salvatore, “Faccio sempre più soldi. Io i soldi li pesavo. Avevo sette persone che contavano soldi. Avevo un tavolo pieno pieno di soldi, tutto il giorno. Arrivavo a un punto che glieli facevo posare, perché ero stanco. Avevo la nausea”.

In questo frenetico traffico di droga un ruolo strategico avrebbe avuto una donna, Grazia Pace, legata a Giuseppe Marsalone. Sarebbe stata prescelta proprio lei per trafficare con i calabresi perché incensurata, giovane, e perché il rapporto con il Marsalone l’avrebbe messa al di sopra di ogni sospetto.

La donna, assieme ad altri arrestati, avrebbe pure speculato sulle polizze vita stipulate con alcune compagnie assicurative. Con tutta la documentazione falsificata (certificato di morte, referto dei sanitari dell’ambulanza, atto notorio di decesso), ben tre volte i finti deceduti hanno incassato ognuno  200 mila euro. Denaro che poi sarebbe stato investito nel traffico di droga.

16 dicembre 2022

Giovanni Burgio

A MISILMERI È SEMPRE VIVA L’ATTIVITA’ DELLA COSCA

Come l’uccello mitologico “Fenice” muore e poi rinasce dalle proprie ceneri, così la cosca mafiosa di Misilmeri, dopo essere stata colpita da 7 blitz antimafia in 14 anni, risorge fiera e prepotente con il suo capoclan Cosimo Michele Sciarabba. Ecco perché gli investigatori hanno chiamato “Fenice” l’operazione che il 24 ottobre ha portato in carcere Sciarabba e altri cinque membri del clan del centro del palermitano.

Figlio di Salvatore, capo – mandamento di Misilmeri – Belmonte Mezzagno, Michele Sciarabba uscito dal carcere nel 2019 avrebbe subito ripreso lo scettro del comando, anche se i contrasti con Francesco Vasta e Aristide Neri in questi anni non sarebbero mancati.

Sciarabba non è un piccolo boss di paese, un personaggio in ombra. Legato ai palermitani della Noce e di Porta Nuova, nel 2011 accompagnò Peppuccio Calascibetta, capomafia di S. Maria di Gesù, all’importante riunione che Giulio Caporrimo, reggente di San Lorenzo, convocò a Villa Pensabene, dietro il velodromo dello ZEN a Palermo. In quell’incontro si doveva assolutamente cercare un accordo fra le varie famiglie di Cosa Nostra. Ma Sciarabba soprattutto sarebbe vicino agli agrigentini in contatto con Matteo Messina Denaro, in particolare a Leo Sutera, capomafia di Sambuca di Sicilia.

Al centro degli affari del clan di Misilmeri ci sono stati il trasporto dei malati dagli ospedali palermitani del Civico e Policlinico, i servizi funebri, l’agroalimentare, le estorsioni.

Il trasporto dei malati negli ospedali con le ambulanze, il loro ritorno a casa, il servizio funebre dei deceduti, perfino l’emergenza COVID con l’affanno delle ASL pubbliche che arrancavano per accompagnare gli infettati, sarebbero state tra le principali fonti di guadagno e speculazione della famiglia mafiosa di Misilmeri. Scrivono gli investigatori nell’ordinanza di arresto “È stupefacente che ancora oggi attraverso diverse società, neanche troppo schermate, i servizi essenziali per la collettività siano ancora saldamente in mano alla mafia”.

Inoltre, Michele Sciarabba, forte della sua parentela con la famiglia D’Ambrogio che ha un passato di tutto rispetto nei servizi funebri, avrebbe disciplinato con autorità e prestigio il tavolo della spartizione di questo settore. Per accedere all’affare, infatti, bisognava chiedere “il permesso” al capoclan di Misilmeri, che non gradendo intromissioni e ingerenze avrebbe allontanato ed eliminato tutti i potenziali concorrenti.

L’altro settore particolarmente privilegiato dalla cosca è stato quello dell’agroalimentare, in particolare l’allevamento del pollo. E per avere un’idea dell’entità dell’affare che gravita attorno ai supermercati e al comparto avicolo, bisogna rifarsi alla cifra di 24,5 miliardi di euro. Un ingente giro di denaro “cash” che entra a ritmo costante.

Dice la Coldiretti con grande allarme e preoccupazione “La malavita non solo si appropria di vasti comparti dell’agroalimentare e dei guadagni che ne derivano, distruggendo la concorrenza e il libero mercato legale, ma compromette in modo gravissimo la qualità e la sicurezza dei prodotti. E con l’estorsione e l’intimidazione impone l’utilizzo di specifiche ditte di trasporti o la vendita di determinati prodotti”.

Dalle indagini sono emerse anche estorsioni ai danni di imprenditori edili, gestori di supermercati, titolari di aziende avicole. Uno di questi imprenditori non ha accettato il ricatto mafioso, e registrando la conversazione estorsiva ha denunziato tutto quanto l’accaduto alle forze dell’ordine.

Giovanni Burgio

15 novembre 2022

SI STRINGE IL CERCHIO ATTORNO AL SUPERLATITANTE

L’operazione Hesperia”,che martedì 6 settembre ha portato in carcere 23 persone, 12 ai domiciliari e 35 indagate, ha ancora una volta toccato l’ampia rete di protezione del latitante numero 1 di Cosa Nostra e confermato come la sua presenza e il suo ruolo sono più che mai vitali e rilevanti.

Infatti,dalle intercettazioni di questa inchiesta emerge che Matteo Messina Denaro ha tuttora grande credito e una direzione riconosciuta nei territori del trapanese compresi fra Marsala, Mazara e Campobello di Mazara. È vivo, attivo e decisivo in tutte le varie attività criminali della zona. Dialoga con le altre famiglie mafiose siciliane e in alcuni casi ne decide le sorti.

Da questa indagine spicca la figura di Francesco Luppino, e di quanto sia il fedelissimo di “Ignazieddu” (l’ultimo soprannome del superlatitante). Infatti, i mafiosi palermitani quando parlano del gruppo che fa capo a Luppino li identificano come “quelli che appartengono a Messina Denaro”.

D’altronde bisogna ricordare come sia stato Luppino quello che nel 2007 a bordo di una panda, accortosi dell’elicottero che volteggiava sul covo dei Lo Piccolo a Giardinello, sarebbe tornato indietro, salvando dall’arresto Messina Denaro, l’ultimo dei corleonesi rimasto in libertà.

Francesco Luppino

Inoltre, la funzione di Luppino negli anni passati sembra essere stata essenzialmente quella di collegare e trasmettere le notizie tra il latitante e le famiglie palermitane.

Per capire il ruolo e l’importanza di questo personaggio ecco come gli affiliati alle cosche lo definiscono nelle intercettazioni: Uno potente”, “il numero uno della provincia di Trapani”, “il perno di tutto è lui”.

Andato in carcere nel 2013, è tornato in libertà tre anni fa. Nel riorganizzare immediatamente la famiglia mafiosa di Campobello il suo braccio destro sembra essere stato Piero Di Natale, che si sarebbe distinto anche nell’organizzare “la squadra”. Mentre Vincenzo Spezia sarebbe stato il numero tre, occupandosi delle spedizioni punitive e della cassa della famiglia mafiosa.

Da questa inchiesta si è potuta ricostruire anche la storia della famiglia mafiosa di Marsala che sarebbe stata retta da Francesco e Antonino Raia, figli del vecchio boss Gaspare.

Ma è emersa pure l’inquietante realtà di Paceco. I pacecoti Carmelo Salerno e suo figlio Giuseppe avrebbero fatto diventare il piccolo centro trapanese un importante piazza di spaccio di cocaina, la sostanza stupefacente in forte crescita nell’hinterland lilibetano.

Oltre le estorsioni, il traffico di droga, il recupero crediti, il controllo monopolistico della sicurezza nei locali notturni, l’operazione Hesperia ha segnalato una particolare propensione di queste famiglie mafiose nel gestire le aste giudiziarie immobiliari.

Una volta individuato un bene di cospicuo valore messo all’asta, le cosche si sarebbe mosse per favorirne l’acquisto da parte di soggetti che poi avrebbero corrisposto una percentuale ai boss. E nel pilotare le aggiudicazioni con turbative d’asta si sarebbe particolarmente distinto Antonino Raia che avrebbe creato rapporti con custodi e curatori.

Tra tutti i beni andati all’asta e oggetto delle mire dei mafiosi due se ne sono individuati per il loro ingente valore: l’hotel Hermione di Erice e l’hotel Eracle a Marinella di Selinunte. Il primo stimato cinque milioni di euro, il secondo due milioni e mezzo.

Giovanni Burgio

30 settembre 2022     

PIETRO TUMMINIA: LA CONTINUITA’ DEL POTERE

Alla direzione della famiglia di Altarello l’aveva messo Antonino Rotolo, ma all’arresto di quest’ultimo i Lo Piccolo l’hanno lasciato al suo posto, anche se sorvegliato da Carmelo Giancarlo Seidita. E la sua autorità non è mai stata messa in discussione, neanche quando è rimasto in carcere per 12 anni. E così, quando nel novembre 2020 è stato liberato ha ripreso saldamente nelle sue mani il potere della famiglia.

Ma Pietro Tumminia, detto Pierone, 51 anni, è stato nuovamente arrestato martedì 19 luglio assieme ad altre 8 persone alla fine dell’operazione “Grande Mandamento 2”. Una retata che, collegandosi a quella dello scorso 25 maggio (https://gioburgio.wordpress.com/2022/07/06/il-pizzo-a-tappeto-alla-noce/), a Palermo ha interessato il mandamento della Noce che comprende anche le famiglie mafiose di Cruillas e Altarello.

Pietro Tumminia

La figura di Pierone era così rispettata che Daniele Formisano e Paolo Castelluccio si sarebbero dati da fare durante la detenzione del boss per far affluire nelle sue casse il denaro necessario. Infatti, intestato ad un prestanome, avrebbero avviato il parcheggio Easy Parking in via Perpignano, sconsigliando agli altri affiliati di girare intorno a quella zona per non destare sospetti e salvaguardare il Tumminia.

Come al solito al centro delle attività illegali c’era l’estorsione, non solo nella forma della riscossione periodica di quantità di denaro ma anche nell’autorizzazione preventiva ad aprire attività commerciali. Cioè l’usuale controllo del territorio. In questa funzione si sarebbe distinto Paolo Gulotta, un falegname di 74 anni di via Portello, che sembrerebbe essere stato particolarmente informato sulle persone a cui chiedere i soldi e preciso sulle somme da riscuotere. Purtroppo nessuno ha denunciato.

Alcuni degli inquirenti continuano a stupirsi della reiterazione di queste persone a delinquere anche dopo anni e anni di carcere. Ma forse è proprio questa una delle caratteristiche del fenomeno mafioso: la persistenza, la continuità e l’ineluttabilità nell’appartenere a un gruppo criminale segreto, coeso e spietato.

Giovanni Burgio                                                                              

16 settembre 2022

VIOLENZE E ARRESTI NEL MANDAMENTO DI PORTA NUOVA

Nel mese di luglio a Palermo la mafia è tornata prepotentemente alla ribalta con delitti, arresti, confessioni, e colpi di scena.

Innanzitutto c’è stato un omicidio nel quartiere Zisa, immediatamente dopo si è costituito un reo confesso per questo reato, poi, in rapida successione, ben due operazioni dei carabinieri che in 10 giorni hanno portato in carcere 30 persone. Gli inquirenti infatti hanno affermato che dopo l’omicidio sono dovuti intervenire anzitempo rispetto alle indagini che erano già avviate da qualche tempo per fermare la scia di sangue e i propositi di rivalsa.

Al centro di tutto l’interesse delle famiglie mafiose sull’affare milionario dello spaccio e traffico di droga.

IL MANDAMENTO DI PORTA NUOVA

Il delitto, gli arresti e gli altri reati si sono verificati tutti all’interno di un territorio che negli ultimi anni si è rivelato ad alto tasso di omicidi e violenze: il mandamento mafioso di Porta Nuova, cioè quella parte di città che va dal castello della Zisa fino al mare, includendo i tre mercati storici di Ballarò, Capo e Vucciria, oltre Borgo Vecchio e la Kalsa, e che si estende a ovest verso i ricchi quartieri di via Libertà e via Notarbartolo (Palermo Centro).

È dentro questo perimetro cittadino che negli ultimi anni sono avvenuti alcuni importanti omicidi. Tra gli altri ricordiamo quello di Nicola Ingarao nel 2007, il pestaggio e la successiva morte dell’avvocato Enzo Fragalà nel 2010, l’omicidio di Giuseppe Di Giacomo nel 2014, quello di Giuseppe Dainotti e Andrea Cusimano nel 2017, Emanuele Burgio nel 2021, Giuseppe Incontrera nel giugno di quest’anno.

In questa giurisdizione di Cosa Nostra i cognomi che contano sono quelli degli Abbate, Monti, Di Giovanni, Di Giacomo, Milano e Lo Presti. In quest’ultimo periodo sembrano prevalenti le figure di Calogero Lo Presti, detto “Zio Pietro”, e Nicola Milano.

A complicare le cose c‘è da tenere presente che alcune di queste famiglie sono imparentate e legate fra loro, con intrecci, omonimie, scontri e ribaltamenti di alleanze, che rendono difficile la lettura degli schieramenti e delle battaglie in corso.

Il luogo dell’omicidio, via Imperatrice Costanza

L’OMICIDIO

Giovedì 30 giugno, in via Imperatrice Costanza alla Zisa, con tre colpi di pistola viene ucciso Giuseppe Incontrera, 45 anni, disoccupato e percettore del reddito di cittadinanza. Consuocero di Giuseppe Di Giovanni, fratello dei boss di Porta Nuova Gregorio e Tommaso, ha qualche precedente per spaccio e rapina.

Cinque giorni dopo si accusa del delitto Salvatore Fernandez. Afferma che la mafia non c’entra niente, e parla invece di liti di vicinato, questioni banali, screzi quotidiani. 49 anni, coinvolto negli anni scorsi in affari di droga, suo fratello Fabio qualche anno fa confessò di avere assassinato il capo mandamento di S. Maria di Gesù Giuseppe Calascibetta.

I PRIMI ARRESTI

Mercoledì 6 luglio, all’alba si sentono volare l’elicottero e strillare le sirene. I carabinieri con l’operazione “Vento”, arrestando 18 persone, colpisce il mandamento mafioso di Porta Nuova. Le forze dell’ordine, infatti, dicono che dopo l’omicidio Incontrera era necessario intervenire tempestivamente per bloccare possibili vendette e fughe d’indagati.

Dalle indagini emerge che a dirigere il mandamento era una sorta di Triumvirato: Tommaso Lo Presti, detto “il lungo”, 57 anni, che sembra essere stato il capo, coadiuvato da Giuseppe Di Giovanni e dalla vittima del 30 giugno Giuseppe Incontrera.

Nel blitz viene arrestato anche il figlio di Incontrera, Salvatore, 25 anni, accusato di gestire una piantagione indoor di marijuana.

I 18 arresti del 6 luglio

Inizia così a configurarsi la posizione rilevante di Incontrera sia al vertice del mandamento sia nel condurre i traffici illeciti. L’Incontrera, infatti, sarebbe stato anche il cassiere del mandamento. Si apprende pure che i due consuoceri, Di Giovanni e Incontrera, erano già da tempo nel mirino degli investigatori che ne seguivano le conversazioni e le mosse.

È l’affare della droga che costituisce la maggiore entrata di questi clan che controllano le piazze di spaccio del Capo, di Ballarò e della Zisa. Le estorsioni, invece, complici il lockdown e le sempre più numerose denunce dei commercianti, non producono più quelle entrate necessarie per mantenere i detenuti. E proprio la collaborazione di due imprenditori ha contribuito allo sviluppo delle indagini.

LA SECONDA OPERAZIONE

Sabato 16 luglio, dopo ulteriori approfondimenti, ci sono altri 12 arresti di appartenenti al medesimo mandamento. L’operazione “Vento 2” ha fermato il proposito di vendetta di Filippo Burgio che il 31 maggio dell’anno scorso ha visto cadere sotto i colpi di pistola il figlio Emanuele alla Vucciria.  Burgio stava per essere scarcerato, e i suoi piani contro la famiglia Romano, accusata di essere stata l’esecutrice del delitto, dovevano essere bloccati.

La guerra tra i Romano da una parte e gli Incontrera e i Burgio dall’altra risale al 2020, quando i Romano avevano nel mirino Salvatore Incontrera, il figlio di Giuseppe. Il successivo delitto di Burgio e la mancata reazione dei responsabili del mandamento, in particolare quella di Leonardo Marino, avevano determinato parecchi malumori negli Incontrera e nei Di Giovanni che volevano una punizione esemplare dei Romano.

Le operazioni Vento

In quest’ultima retata ancora una volta c’è la famiglia Incontrera al centro dell’attenzione. Ai domiciliari infatti è andata Maria Carmelina Massa, moglie di Giuseppe Incontrera. Avrebbe non solo aiutato il marito nella gestione della cassa, ma avuto anche un ruolo particolare prendendo parte a importanti riunioni e decisioni.

Nelle carte delle indagini c’è anche la storia della spedizione punitiva di un padre contro il figlio.  È il caso di Giuseppe Di Giovanni che ha dato una lezione esemplare a suo figlio Antonio colpevole di avere tradito la moglie; la donna è la figlia di Giuseppe Incontrera.

GLI ELEMENTI COMUNI ALLE DUE INDAGINI

Dalle ore e ore d’intercettazioni delle due operazioni emergono sia l’assoluto controllo del territorio da parte delle cosche sia l’asfissiante e incessante traffico di droga.

Il primo fenomeno è documentato sia dal pizzo estorto a imprese edili, tabacchi, ristoranti, sale scommesse, negozi di biciclette, sia dal divieto di aprire esercizi commerciali che fanno concorrenza (sono state vietate perfino le sale da barba).

Dello spaccio e traffico di droga si sono accertati diversi episodi con alcuni dati interessanti. Intanto i 100 euro di guadagno al giorno per gli spacciatori. Poi una tassa minima settimanale di 500 euro da versare ai clan per i 3-4 mila euro d’incassi giornalieri.

Si parla pure dell’offerta davanti ai SERT di dosi gratis ai tossicodipendenti che tentano di uscire dal tunnel. E di alcuni farmacisti che fornivano le sostanze per tagliare la droga.

Infine, si apprende che c’era a disposizione un servizio a domicilio 24 ore su 24 per persone che non potevano correre il rischio di essere individuate.

                                                                                                          Giovanni Burgio

2 settembre 2022                               

LA VITA PARALLELA NEI QUARTIERI A PALERMO

I 24 arresti nel mandamento Villagrazia – S. Maria di Gesù

C’è una vita parallela a quella che la gente normale vive a Palermo, ed è quella condotta dai boss, dai loro affiliati e da chi in grande numero li circonda e segue. Non c’è quartiere che sfugge, né ceto sociale esente.

Sono soprattutto i settori economici, legali e illegali, che sono strettamente controllati dalle famiglie mafiose. Dalla festa rionale alla fornitura del caffè; dall’apertura di un cantiere edile alla compravendita di un motoscafo; dal ritrovamento di un’auto rubata alla riscossione di un debito non pagato. E naturalmente il consueto traffico di stupefacenti, l’imposizione del pizzo, il riciclaggio in attività economiche legali.

Piccoli e grandi affari privati che vengono affrontati, giudicati e risolti dai capi zona del quartiere. Una giurisdizione più rapida ed efficiente di quella statale alla quale si rivolgono persone che costituiscono il vero grande bacino di consenso di cui godono i boss mafiosi. Un seguito popolare ancora molto vasto e vivo.

È questo lo spaccato di vita reale quotidiana che viene meticolosamente descritto dalle indagini dell’operazione “Navel” che martedì 14 giugno hanno condotto in carcere 24 persone del mandamento Villagrazia – S. Maria di Gesù.

Come al solito, ci sono sempre gli stessi cognomi che di generazione in generazione si tramandano lo scettro del comando. Nonni, figli e nipoti che però, sempre più spesso e repentinamente, passano dal potere assoluto esercitato sui territori di competenza alla vita di anni e anni di carcere. Un destino insieme di onnipotenza ed espiazione.

Al vertice di S. Maria di Gesù c’è il giovane ventunenne Salvatore Profeta; a Villagrazia comanda Giovanni Adelfio, ma troviamo pure Sandro Capizzi. Le altre figure di rilievo sono Salvatore Freschi, Ignazio Traina, Massimo Mancino, Girolamo Rao, Francesco Guercio.

La conferma del potere assoluto dei capimafia sul territorio l’abbiamo dalle intercettazioni che parlano della festa rionale di fine settembre 2019 nel quartiere Oreto. Non solo la quota da sborsare, le postazioni degli ambulanti e il prezzo delle bibite, ma anche una preoccupazione spasmodica per l’ordine pubblico. Si stabiliscono infatti le strade da tenere chiuse e si dispone il divieto di vendere le bottiglie di vetro. Un vero e proprio Stato dentro lo Stato.

Via Oreto

Esempio paradigmatico della signoria territoriale praticata dai clan viene offerto dalla disputa sul Largo Lionti nella zona di via Oreto. Poiché questo piazzale tocca i confini dei due mandamenti limitrofi di “S. Maria di Gesù – Villagrazia” e “Brancaccio – Ciaculli”, non si sa a quale famiglia deve versare “la messa a posto” l’impresa edile che fa i lavori proprio lì. E così la controversia viene affrontata con regolari incontri e colloqui fra i capi delle due famiglie.

Queste indagini hanno confermato sia la posizione centrale di piazza Guadagna nello smercio della droga, sia il legame fra i fornitori di S. Maria di Gesù e gli spacciatori dello ZEN. Un commercio che gli stessi indagati quantificano in 12 mila euro al mese.

Inoltre si è accertata l’esistenza di una cassa comune dei clan dove fare affluire i proventi illeciti da destinare essenzialmente alle famiglie dei carcerati (in alcuni casi 500 euro a settimana). Un’ulteriore riscontro che provvedere ai detenuti è un pilastro fondamentale di Cosa Nostra per continuare a sopravvivere.

Come in alcune scene del “Padrino”, sono stati documentati matrimoni e funerali dove sfilano i boss delle varie famiglie palermitane e della provincia. Occasioni in cui si annotano le presenze ma si segnalano anche le assenze. Eventi che servono per stringere legami o rompere vecchie alleanze.

E per finire teniamo presente cosa pensa Salvatore Profeta, capo della famiglia di S. Maria di Gesù, dell’educazione da dare ai ragazzi del quartiere. A un ragazzo che ha ubbidito alla madre alzandosi presto la mattina per andare a scuola rimprovera “Ma non ti avevo detto che non ci dovevi andare a scuola oggi?”.

Cioè, coprire la piazza di spaccio della Guadagna così da soddisfare in ogni momento le richieste dei consumatori è per i mafiosi sicuramente più importante e fondamentale di studiare e andare a scuola.

Viene assicurato così ai giovani dei quartieri palermitani un futuro di successo e di ricchezze che gli eviterà una vita di duro impegno e onesto lavoro. Ecco i valori e principi che si vivono e si praticano ogni giorno a Palermo.

Giovanni Burgio

IL PIZZO A TAPPETO ALLA NOCE

Quando quattro anni fa Carmelo Giancarlo Seidita è uscito dal carcere non ha trovato una bella situazione nel suo mandamento. Alla Noce, a Palermo, il controllo del territorio era scarso. Ognuno faceva di testa sua e i negozi aprivano tranquillamente senza chiedere il permesso a chi di dovere.

Seidita ha quindi riunito tutti i capi famiglia e ha detto loro che da quel momento in poi dovevano essere adottate regole rigide e comportamenti conseguenti: in ogni marciapiede, in ogni strada, in qualsiasi angolo del quartiere, ambulanti, commercianti, attività economiche, tutti dovevano pagare. Non doveva più succedere che Cruillas, la Noce, Altarello, Malaspina, si trovassero in un simile lassismo e in una condizione così sfilacciata.

Le intercettazioni dell’operazione “Intero mandamento”, il 25 maggio con 9 arresti, ha così descritto la situazione dell’attuale Cosa Nostra nella Palermo sud occidentale, zona particolarmente legata alla tradizione mafiosa.

Chi sembra avere seguito fedelmente le direttive del Capo mandamento è stato Guglielmo Ficarra. Anche se all’inizio ha brontolato un po’ per l’enorme lavoro che lo avrebbe aspettato: “Hanno dato a tutti il via libera. Gli hanno fatto fare quello che hanno voluto. Fannu i patrunazzi… Ora devo andare a risolvere io. Sto cominciando a sistemare piano piano. Ma c’è da lavorare… Non me la fido più. Non è bello andare a smuovere… a farsi vedere. È un bordello”.

Carmelo Giancarlo Seidita

E Ficarra d’altronde avrebbe svolto diligentemente il compito assegnatogli. Se c’era un furto d’auto non autorizzato, bisognava “annaghiare” (prendere) chi si era permesso di trasgredire le regole. Se si era rubato in una casa senza il necessario via libera, bisognava subito bloccare simili iniziative: “Non possono andare a muzzo (senza criterio, senza regola). Perché una volta che se ne vanno a muzzo, e a questi non gli dici niente…”. Perfino l’occupazione abusiva degli immobili doveva sottostare al beneplacito dei clan. E con le vittime bisognava essere duri, spietati: “Si devono spaventare. Non ci puoi andare con il sorrisino. Ci devi andare pesante… vacci pesante”.

Insomma, nulla doveva sfuggire ai capi di Cosa Nostra sul territorio, neanche la collocazione dei distributori automatici negli esercizi commerciali. E se si doveva aprire un’attività, non solo occorreva avere il permesso preventivo, ma si doveva sottostare alle direttive dei boss. Come, per esempio, gestire sì un parcheggio d’auto, ma non per fare il lavaggio delle macchine, perché “facemuci buscari ‘u pani pure all’avutri”. Cioè una suddivisione delle attività economiche decise dai boss.

Un mandamento quindi, la Noce, dove le antiche regole devono essere rispettate. Innanzitutto quelle fondamentali, basilari per Cosa Nostra: proibizione dell’affiliazione di persone imparentate con esponenti delle forze dell’ordine, autorevolezza ed efficienza nel compiere le attività criminali, adozione del rituale “È la stessa cosa” quando ci si deve presentare.

Ma soprattutto, hanno sottolineato gli inquirenti, vale ancora prepotentemente il rango che si assume quando si va in carcere e non si collabora con la giustizia. Appena finita la detenzione, infatti, non solo si è grati a chi ha seguito il dettato omertoso, ma il boss può riprendere il ruolo direzionale precedentemente ricoperto.

Tutto questo è successo fino a ieri a Palermo nel mandamento mafioso della Noce.

Giovanni Burgio

IL CONTROLLO DELL’ACQUA A CIACULLI

Nel blitz che a Palermo il 17 maggio ha portato in carcere 31 persone del mandamento mafioso di Brancaccio – Ciaculli ritroviamo tutta la storia, tutto l’excursus e l’evoluzione che Cosa Nostra ha fatto nel corso dei decenni.

Dal controllo delle acque e delle guardianie, al traffico di sostanze stupefacenti e riciclo di denaro sporco dei centri scommesse. Antichi termini come “zappa”, l’unità di misura del flusso dell’acqua, e “tumulo”, l’estensione del terreno, vengono pronunciati dai boss di quartiere insieme a “panetti di droga” e “pannelli di giochi on line”.

E come sempre c’è il capillare ed esclusivo controllo del territorio. Questa volta esercitato alla vecchia maniera, cioè con l’installazione di cancelli e l’apposizione di catenacci per rendere difficili e impenetrabili strade e poderi agli estranei e alle forze dell’ordine.

Ma non si tralasciano estorsioni e intermediazioni immobiliari resuscitando l’antica “sensaleria”.

Abbiamo quindi tradizione e innovazione, un insieme che ha sempre contraddistinto Cosa Nostra e che le ha permesso di resistere a guerre interne e repressioni esterne, giungendo intatta e in buona salute fino ai nostri giorni.

E poi c’è l’attuale stato di Cosa Nostra siciliana, mirabilmente fotografato dall’esterno, da chi oggi detiene nelle proprie mani il commercio della droga. Dicono i trafficanti montenegrini e serbi delle famiglie mafiose palermitane: “Non sono più quelle di una volta, non hanno lo stesso calibro. Invece i calabresi…”.

L’acqua è essenziale per la crescita degli agrumeti a Ciaculli

Tra gli arrestati il personaggio senz’altro più importante è Antonio Lo Nigro, ‘u ciolla. Pedigree mafioso di tutto rispetto (famiglia di contrabbandieri di sigarette, nonna dei Tagliavia di Corso dei Mille, cugino che procurò l’esplosivo della strage di Capaci, i fratelli Graviano sono suoi cugini), è considerato a Palermo uno dei pochi che può trattare grossi carichi di droga. Attualmente sembra ricoprire un ruolo di rilievo nella zona Brancaccio – Corso dei Mille.

Altre figure di spicco che emergono dalle indagini sono Emanuele Prestifilippo, che oltre a gestire tutto l’affare dell’acqua sarebbe stato l’armiere del clan, e Andrea Seidita, che avrebbe avuto un compito soprattutto logistico ma anche di gestione del gioco clandestino on line.

Alle estorsioni non sfuggiva nessuno, né i piccoli rivenditori né i grandi commercianti: dal negozio di bombole e lo “sfincionaro”, all’azienda di trasporti e i supermercati. Quelle documentate sono state 50, dieci gli imprenditori che hanno collaborato. E ancora una volta Addiopizzo sottolinea lo stretto legame che spesso c’è già, o s’instaura, tra gli estorti e gli estortori. Un rapporto che non sempre si può definire “vittima – carnefice”, ma che invece spesso assume l’aspetto di comune convenienza e reciproco interesse.

80 i chili di droga sequestrati per un valore di 8 milioni di euro. Un affare da 80.000 euro a settimana condotto dalle cosche dello Sperone.

E che la fantasia criminale dei mafiosi non ha limiti lo certifica il furto pianificato in piena pandemia nel febbraio 2021. All’ospedale Civico di Palermo furono rubati venti cartoni di mascherine FFp3. Un totale di 16.000 pezzi poi rivenduti ad un contrabbandiere di sigarette di Ballarò.

Sequestrate due imprese commerciali del settore del caffè, due agenzie di scommesse, una rivendita di pesce.

Giovanni Burgio

SEMPRE LA STESSA MAFIA

Unica novità il coinvolgimento dei “Compro Oro”

Per un mese di seguito, da fine marzo a fine aprile, a Palermo e Provincia si sono succedute ben quattro operazioni antimafia più una chiusura d’indagine iniziata l’anno scorso. In tutto, 28 persone arrestate e 67 indagate.

Nella Provincia sono state colpite le famiglie mafiose di Belmonte Mezzagno e S. Mauro Casteverde, in città quelle di Brancaccio – Ciaculli, Borgo Vecchio – Kalsa, Palermo Centro – Porta Nuova.

5 diverse inchieste che hanno al centro sempre le stesse attività illegali tipiche di Cosa Nostra palermitana: estorsioni, traffico di droga, rapine e riciclaggio di denaro sporco. Con la novità del coinvolgimento di alcuni “Compro oro”, che se da un lato segnalano l’attuale estrema difficoltà economica della gente comune, dall’altro evidenziano la capacità dei boss di cogliere le nuove occasioni che via via si vanno offrendo. Intuiscono cioè i nuovi canali remunerativi e aggiornano i propri orizzonti criminali.

E se è vero che queste recenti operazioni ci raccontano di una mafia che non ha più i lucrosissimi affari dei decenni passati come il controllo del traffico di droga e gli appalti pubblici, è anche evidente che ci descrivono di alcuni perduranti e vecchi comportamenti. Intanto le bocche cucite degli operatori economici delle zone più “inquinate” del territorio palermitano, e poi lo spietato e violento agire degli uomini delle cosche che confermano la loro feroce matrice delinquenziale.

GLI OPERATORI ECONOMICI NON COLLABORANO

Le operazioni “Tentacoli” e “Stirpe” del 20 luglio 2021, che avevano interessato tutto il territorio del mandamento cittadino di Brancaccio – Ciaculli, ci avevano fatto capire che l’antico potere dei Greco di Ciaculli era stato restaurato a discapito dei “corleonesi” di Brancaccio e Corso dei Mille. https://www.maredolce.com/2021/08/27/a-ciaculli-i-greco-restaurano-il-loro-potere-mafioso/ Questi ultimi, durante la seconda guerra di mafia dei primi anni ’80, avevano disseminato di morti e lupare bianche le strade e i quartieri di questa parte di città. Gruppi di fuoco, camere della morte e omicidi in serie, connotavano terribilmente la cronaca dei quotidiani locali giorno dopo giorno.

Ebbene, forse non a caso qui, in questi territori sconvolti e atterriti dalla violenza mafiosa, i commercianti nel corso di queste due indagini non hanno collaborato. Non hanno denunciato intimidazioni e richieste di pizzo, e a fine marzo in quaranta sono stati indagati per favoreggiamento.

C’è chi come Addiopizzo sottolinea gli stretti legami di parentela, amicizia, connivenza e interesse, che spesso legano vittime ed estortori. E questo senza dubbio è vero e rende difficilissima la collaborazione con gli inquirenti. Ma sicuramente, pensiamo noi, nel corso dei decenni passati il capillare controllo del territorio fatto in maniera spietata e crudele dalle cosche mafiose ha inciso negli animi e nelle coscienze degli abitanti di questa zona della città.

Quindi l’insieme di paura e legami troppo stretti rende problematico un cambiamento verso la normalità.

A BELMONTE MEZZAGNO NULLA È CAMBIATO

A Belmonte Mezzagno, pochissimi chilometri da Palermo, l’operazione “Limes” di giovedì 7 aprile ci racconta come la linea “corleonese”, quella dura e spietata, è ancora viva e vegeta in questa parte della Provincia palermitana.

Infatti, differentemente dal resto dell’entroterra dove vige una relativa calma, quì negli ultimi tre anni ci sono stati tre omicidi e uno non andato a buon fine. Inoltre, durante questa indagine si è rinvenuto e sequestrato un grosso arsenale in possesso della cosca locale. Si è accertato infine che tutte le attività economiche e produttive della zona erano sotto stretto controllo del clan al comando.

Tra i nove arrestati c’è Agostino Giocondo che sembrerebbe essere diventato il nuovo capo indiscusso. A lui ci si rivolgeva per compare un’auto usata, per avere restituita la merce rubata, per non avere la concorrenza nello stesso settore. Perfino per “avvertire” il marito infedele.

Insomma, a Belmonte Mezzagno la mafia avrebbe esercitato un vero e proprio contropotere illegale che soddisfaceva le esigenze di giustizia degli abitanti del luogo.

Soprattutto si è registrato che gli arrestati avrebbero adempiuto ad uno dei principali compiti richiesti a chi rimane in circolazione e libero di muoversi: sostenere le famiglie dei carcerati. E questo significa mantenere in vita Cosa Nostra. Infatti, soddisfare le esigenze economiche degli affiliati fa sì che si perpetui l’esistenza dell’organizzazione e si rafforzi l’identità dei suoi appartenenti.

KALSA E BORGO VECCHIO: IL REGNO DEGLI ABBATE

L’operazione “Porta dei Greci” che l’11 aprile ha portato in carcere otto persone, ha sancito ancora una volta che il potere nelle zone della Kalsa edel Borgo Vecchio a Palermo viene esercitato inesorabilmente dalla famiglia Abbate. Un intero nucleo familiare che da vent’anni è sempre stato coinvolto nei traffici illeciti sviluppati nel regno che un tempo fu degli Spadaro.

Ottavio Abbate, in carcere, da un cellulare, chiamava per dare ordini e dirigere il traffico di stupefacenti. Ma anche per ricordare a chi stava fuori di mantenere la propria famiglia e quella di suo fratello Luigi, il famoso “Gino ‘u mitra”.

L’indagine partita nel 2017 dalla denuncia del candidato sindaco Ismaele La Vardera e proseguita nel 2019 con il sequestro di 449 panetti di hashish del peso di 45 chili, ha rivelato che negli ultimi tempi la vendita degli stupefacenti è per i clan un canale di arricchimento molto più semplice della riscossione del pizzo. La pandemia infatti ha colpito duramente i commercianti, e quindi le richieste dei boss spesso non possono essere soddisfatte.

Il traffico di droga negli ultimi mesi si è enormemente espanso. Lo testimoniano le 250 misure cautelari emesse dagli inquirenti. Un’attività e un commercio, quello degli stupefacenti, che fa da “ammortizzatore sociale” per le numerose famiglie che versano in difficoltà economiche.

LA DROGA ARRIVA IN CITTA’ DA S. MAURO CASTELVERDE

Mercoledì 13 aprile l’operazione “Social Bamba” ha portato in carcere 6 persone. Al centro dell’inchiesta un traffico di cocaina che in ogni momento della giornata e in maniera serrata veniva consegnata ai consumatori a Palermo. Era proprio la “fidelizzazione” del cliente che curavano gli organizzatori dello spaccio. Consegne a domicilio, linguaggio in codice e conoscenza personale, sono state infatti le caratteristiche notate dagli inquirenti.

S. Mauro Castelverde

L’indagine ha le radici nell’operazione “Alastra” del giugno 2020 che aveva colpito la cosca di S. Mauro Castelverde. Allora si era scoperto un solido legame con la famiglia mafiosa palermitana di S. Maria di Gesù.

Anche questa volta il clan del piccolo centro madonita ha subito alcuni arresti. Tra tutti spicca il nome di Giuseppe Scialabba che sarebbe un personaggio emergente. Gli investigatori nel comunicato stampa hanno descritto il comportamento dei componenti della banda particolarmente “determinato, venale, spietato e violento”, anche se “anagraficamente molto giovani e senza un elevato spessore criminale”.

IL NUOVO AFFARE: I “COMPRO ORO”

Così come i centri scommesse dislocati ad ogni angolo di strada, in città anche i “Compro Oro” sono sorti come funghi negli ultimi anni. Ambedue le attività ampiamente utilizzate da Cosa Nostra per fare affari e riciclare denaro sporco.

Giovedì 21 aprile sono finite in carcere 5 persone e 27 sono state indagate. Al centro dell’inchiesta alcuni “Compro Oro” di Palermo e Vincenzo Luca, longa manus della famiglia mafiosa di Porta Nuova. Cinque le aziende sequestrate e cinque milioni di euro il valore patrimoniale dell’operazione.

Tutti i furti e le rapine nel territorio del mandamento di Porta Nuova dovevano essere autorizzati dai boss. Non solo: la refurtiva doveva essere portata necessariamente da quei ricettatori “Compro Oro” specificatamente indicati. E comunque tutti dovevano fare riferimento alla “Luca trading” della famiglia Luca, inizialmente finanziata dai 100mila euro di Luigi Abbate, boss della Kalsa e di Borgo Vecchio. Alla fine del giro, la cosca imponeva il pizzo due volte: prima sul furto, poi dopo la fusione dell’oro.

Alle indagini hanno contribuito le dichiarazioni di Alessio Puccio, il ladro acrobata che per paura di essere ucciso si è consegnato alle forze dell’ordine. È stato proprio lui che ha raccontato il rigido controllo della famiglia di Porta Nuova sui furti e sui “Compro Oro”.

Giovanni Burgio

LA VITA IN COSA NOSTRA. DA PADRE IN FIGLIO UNA DANNAZIONE ETERNA

di Giovanni Burgio

L’arresto il 13 febbraio 2022 di Giuseppe Guttadauro e suo figlio Mario Carlo ha dato modo di osservare la vita di queste due persone e riflettere su alcune ben precise caratteristiche del mondo di Cosa Nostra.

Innanzitutto la pervicacia dei membri del sodalizio mafioso nel reiterare in tutto il corso della loro vita la condotta illegale. Cioè, un’ostinata determinazione nel continuare a delinquere sempre. E poi, la trasmissione ai discendenti diretti e indiretti della famiglia di sangue del proprio comportamento spietato e criminoso. Un’eredità scellerata da tramandare alle generazioni future.

Un modo di vivere, una concezione, una maniera di pensare, soggettivo e di gruppo, che ripetono all’infinito i principi e i disvalori dell’organizzazione mafiosa.

GIUSEPPE GUTTADAURO

Giuseppe Guttadauro, ex primario dell’ospedale civico di Palermo, viene iniziato alla vita e alle attività mafiose da Filippo Marchese, il sanguinario esponente mafioso di Corso dei mille degli anni ‘80. A poco a poco scala i vertici del mandamento di Brancaccio, fino a prenderne la direzione, che secondo alcuni avviene dopo l’arresto di Giuseppe Graviano.

Ma è l’intero nucleo familiare di Guttadauro che è continuamente coinvolto in indagini antimafia. Dapprima il cognato Vincenzo Greco, poi, anche se prosciolto dalle accuse, il fratello Carlo. E poi ancora la moglie e un figlio. Ma soprattutto il fratello Filippo, cognato del latitante numero uno di Cosa Nostra, Matteo Messina Denaro.

La vita e le gesta di Giuseppe Guttadauro, vecchia figura delle pagine di cronaca nera, sono tutto un susseguirsi di arresti e condanne. Viene arrestato una prima volta nel 1984 per associazione mafiosa e condannato al Maxiprocesso a sei anni e sei mesi di reclusione. Nel 1994 viene di nuovo portato dentro nell’ambito dell’operazione “Golden Market” e condannato a tre anni e sei mesi. Nel novembre 2002 è ancora dietro le sbarre rimanendo coinvolto nell’inchiesta che porta il Presidente della Regione siciliana Salvatore Cuffaro in carcere; questa volta la condanna è di 13 anni e 4 mesi.

Giuseppe Guttadauro

Ritornato libero nel 2012, si allontana da Palermo, un po’ perché indesiderato, un po’ per sfuggire a facili catture. Si trasferisce quindi a Roma, dove però, in base alle indagini che ora l’hanno riportato in carcere, sembra riprendere la sua attività criminosa: traffico di droga, minacce, affari e controllo del territorio nel palermitano.

IL FIGLIO MARIO CARLO

Ebbene, questo prezioso pedigree malavitoso e il perdurante agire mafioso di Giuseppe Guttadauro sembrano essere stati trasmessi al figlio Mario Carlo, arrestato lo stesso giorno del padre, domenica 13 febbraio. Sarebbe successo cioè che tutto il know-how di Cosa Nostra acquisito dal genitore nei decenni precedenti sia stato trasferito al figlio. La sicurezza per le famiglie di Roccella-Corso dei Mille-Brancaccio che la loro tradizione criminale si sarebbe perpetuata nella propria zona d’insediamento.

Nelle intercettazioni di questa ultima inchiesta, infatti, ascoltiamo Giuseppe Guttadauro trasfondere i valori e gli ideali mafiosi al figlio. Profondamente nauseato dal pentimento dei due capi mandamento Francesco Colletti e Filippo Bisconti, il padre confida al figlio “Ti devi evolvere. Non puoi scendere al livello di questi qua, questi nuovi picciutteddi. Così non va bene. Devi metterti ad un livello diverso. Evolverti, ma rimanendo con quella testa legata ai vecchi principi e alla mentalità dei vecchi capi”.

Gli insegnamenti del padre al figlio sono di carattere minimo, elementare, come non farsi vedere con gli altri componenti del clan, non farsi intercettare al telefono, soprattutto assumere negli eventuali controlli di polizia “… calma. Mettiti tranquillo, calmo. Devi dire che sei uno studente e che ti stai laureando in odontoiatria” (nonostante gli avvertimenti, però, Mario Carlo si fa intercettare quando afferma di essere parente del latitante più ricercato d’Italia e il secondo del mondo: Matteo Messina Denaro).

Così, con questi consigli e orientamenti, a poco a poco, il giovane Guttadauro diventa la longa manus del padre, una sorta di suo alter ego che da Roma continua a trafficare e a interessarsi della conduzione della famiglia.

Fa quindi la spola di continuo da Palermo a Roma e tiene i contatti fra il boss in esilio e i membri del sodalizio nel territorio siciliano. Ed è proprio Mario Carlo che inoltra le richieste e trasmette le decisioni. Fra le tante, quella di un imprenditore che chiede di potere lavorare tranquillamente a Brancaccio. Giuseppe Guttadauro prontamente accoglie la pregheria, e tramite il figlio intercede nei confronti di coloro che in quel momento comandano nella zona. L’imprenditore ha ottenuto così il via libera.

Altro episodio imputato al giovane Guttadauro, che deve però essere accertato, è il pestaggio di un commerciante reo di avere diffuso delle voci infamanti su alcuni membri della famiglia.

CONCLUSIONI

Insomma, la vita e la storia dei Guttadauro, padre e figlio, rappresentano benissimo alcune delle fondamenta del fenomeno mafioso: la persistenza nel tempo dell’agire criminale, l’impossibilità per i membri dei clan di uscire dal tunnel infernale, la trasmissione alle nuove generazioni della mentalità e cultura di Cosa Nostra.

Una dannazione perenne da patire e un destino a cui non si può sfuggire per chi si riconosce in questa organizzazione primitiva.

UN ANNO DI OPERAZIONI ANTIMAFIA IN SICILIA

Nel 2021 le operazioni antimafia condotte in Sicilia sono state 35. Portate a termine dalle forze dell’ordine e dalla magistratura, hanno interessato tutte le provincie dell’Isola, eccetto Trapani e Ragusa.

Ecco i dati in dettaglio:

512 persone arrestate, 5 ricercate, 105 ai domiciliari;

19 obblighi di dimora, 5 divieti di dimora, 22 obblighi di firma.

Un insieme di circa 650 persone coinvolte direttamente nelle attività delle cosche e accusate di farne parte organicamente.

Quelli che invece ruotano attorno e sono vicini a Cosa Nostra, cioè gli indagati, sono stati 551, con 25 interdizioni a svolgere attività economiche e professionali. Questi personaggi sono quelli che comunemente vengono definiti collaterali o collusi con il mondo mafioso. Formano quel sottobosco affaristico-economico che fiancheggia i clan per coprire i traffici illeciti e riciclare il denaro sporco.

Tra prime e seconde linee, quindi, abbiamo un totale di circa 1.200 persone fermate e coinvolte in un anno dalle inchieste antimafia.

Sulla dislocazione di queste retate c’è da notare che la gran parte, 27, è stata eseguita nelle città di Palermo e Catania e loro provincie. E, particolare ancora più interessante, ben 4 sono state effettuate ad Adrano, comune della città metropolitana di Catania.

E, altro dato interessante, si conferma la storica differenza nell’economia siciliana fra la parte orientale e quella occidentale, con una maggiore propensione agli affari della sponda ionica. Infatti, quasi tutti gli indagati, quelli cioè che trafficano e fanno da prestanome ai boss, sono nella Sicilia dell’est (490 su 551).

IL GIOCO D’AZZARDO E LE SCOMMESSE ON LINE

Il primo elemento che emerge analizzando le singole operazioni è il nuovo modo dei clan di fare i soldi.

Negli ultimi anni, le decine e decine di punti scommesse che vediamo sorgere dal nulla e all’improvviso nelle nostre strade, al 50% sono frutto del traffico di droga e luogo di riciclaggio di denaro sporco. Per Cosa Nostra questo specifico settore economico si è rivelato utilissimo per nascondere e moltiplicare gli introiti illeciti. Una fonte inesauribile di denaro contante da far affluire nelle tasche delle cosche. Un intero universo economico che sfugge alle statistiche ufficiali.

Questo nuovo affare è presente in gran parte delle operazioni antimafia portate a termine l’anno scorso. L’operazione “Doppio gioco” è stata senz’altro la più sensazionale e ha svelato le connessioni e le connivenze necessarie per sviluppare questo tipo di speculazione. https://www.maredolce.com/2021/06/08/tre-mesi-di-operazioni-antimafia-dalla-gomorra-siciliana-alla-polonia/

Da Lineri, frazione di Misterbianco, si diramavanoin tutt’Italia una rete di 887 agenzie di scommesse sportive e giochi on line. La vera ricchezza solo in minima parte si faceva attraverso internet. Infatti la maggior parte si accumulava con le scommesse “da banco”, cioè quelle effettuate in presenza e in contanti. Una massa di denaro di 32 milioni di euro che poi veniva trasferita in Polonia e a Malta. Da lì tornava di nuovo in Italia, in Emilia Romagna e Puglia, sotta forma di acquisto di terreni, fabbricati e attività produttive.

Server e software venivano gestiti da ingegneri informatici in Serbia, mentre la proprietà della piattaforma on line era maltese. Tutto questo per occultare il legame tra l’Italia e i riciclatori stranieri.

Anche l’Operazione “Provinciale” condotta a Messina ha visto coinvolti mafiosi e maltesi. Questi ultimi erano i gestori di noti brand di scommesse on line e gioco d’azzardo nelle sale giochi.

Mentre con l’operazione “Apate” nelle provincie di Catania, Messina, Siracusa, Enna ed Agrigento, sono state chiuse e sottoposte a sequestro 38 agenzie di scommesse. Un insieme di beni patrimoniali aziendali, conti correnti, rapporti finanziari, del valore di 30 milioni di euro.

Ma il nuovo affare del gioco on line è stato fiutato e accettato anche dai boss palermitani, che hanno dislocato i vari punti scommesse secondo il rigido principio della suddivisione territoriale.

L’operazione “Game over II” ha coinvolto la cosca di Passo di Rigano. L’enorme massa di denaro prodotta, proveniente dalle 12 agenzie sparse a Palermo e provincia, oltre gli altri punti vendita nel ragusano, messinese, agrigentino e trapanese, è stata stimata in 14 milioni al mese.

E che i soldi, quelli veri, si fanno con le scommesse on line, lo conferma l’operazione “Bivio 2” a Tommaso Natale: il proprietario di diverse sale gioco versava come “pizzo” nelle casse di Cosa Nostra 1.000 euro ogni settimana.

I MERCATI DELL’ORTOFRUTTA

L’altro settore economico che si è rivelato per le cosche estremamente remunerativo è stato quello dell’ortofrutta.

Il colpo al clan Trigila nel siracusano e l’inchiesta “Xydi” nell’agrigentino, a Canicattì, hanno confermato che in tutta la fascia meridionale dell’Isola si fanno affari milionari nei mercati ortofrutticoli. https://www.maredolce.com/2021/03/02/un-mese-di-successi-delle-forze-dellordine-nella-lotta-alla-mafia-in-sicilia/

Ma non sono solo i quintali di frutta e verdura esportati in tutto il mondo che sono altamente lucrosi. Gli affari i clan li fanno anche nel settore dei trasporti su gomma di queste merci, nella costruzione di pedane e imballaggi, nella produzione e commercio dei prodotti caseari.

E soprattutto, sono state alterate pesantemente le normali regole della concorrenza con l’imposizione a tutti i coltivatori di sensali fedeli alle cosche, con i versamenti di percentuali sugli affari conclusi, con la posizione dominante di alcuni produttori, con il rigido controllo su tutta la filiera.

IL TRAFFICO DI DROGA E I LEGAMI NAZIONALI E INTERNAZIONALI

Naturalmente non è mancata la tradizionale gestione del traffico di stupefacenti.

Cosa Nostra dopo le stragi del ’92-93 non ha più esercitato il controllo sul traffico delle sostanze illegali. Il suo posto è stato preso dalla ‘Ndrangheta calabrese. E oggi, per il necessario approvvigionamento, si ricorre ai mercati dell’est europeo, del Nord Africa e del Sud America. Comunque, chi smercia e vende le varie sostanze in Sicilia deve per forza sottostare ai boss che controllano il territorio.

L’inchiesta “Adrano libera” ci ha rivelato il lungo percorso delle droghe. Dall’Albania, tramite la ‘Ndrangheta, le sostanze stupefacenti sono andate in Lombardia. Da lì poi la merce è partita verso la Sicilia.Un cammino ormai consueto in questi ultimi anni. Dall’est europeo, passando per il Nord d’Italia, eroina, cocaina, marijuana, vengono venduti in Sicilia. https://www.maredolce.com/2021/03/02/un-mese-di-successi-delle-forze-dellordine-nella-lotta-alla-mafia-in-sicilia/

Partinico, in provincia di Palermo, è ormai da anni diventata la Medellin d’Italia. Un territorio dove si coltivano tutti i vari tipi di erba allucinogena. Le due operazioni “Gordio” e “Parsiniqua” ci hanno rivelato l’elevatissimo “know-how” raggiunto dalle cosche locali. Tanto competenti, esperte e specializzatesi nella coltivazione del “fumo”, da colonizzare tutta la Sicilia. A Ragusa, Butera, Riesi, si sono messi a frutto anni e anni di esperienze e conoscenze: quale tipo di sementi scegliere, quale qualità preferire, optare fra le diverse tipologie di erba dopo aver studiato la qualità del terreno, ecc. ecc. Insomma, una vera e propria università degli studi della cannabis.

Ma in queste due inchieste a Partinico sono emersi anche i legami con le altre mafie. Per la cocaina si è fatto ricorso al potente gruppo criminale rom dei Casamonica nel Lazio, alla camorra napoletana, e soprattutto alla ‘ndrangheta calabrese. In particolare alla ‘ndrina deiPesce di Rosarno e ad alcuni calabresi di Milano e Bergamo.

A Palermo, in quaranta giorni sono state effettuate ben cinque retate dei carabinieri contro lo spaccio di sostanze stupefacenti, con 112 misure cautelari. L’operazione “Brevis II” ha scoperto chi ha inondato di droga le piazze di Palermo. A gestire l’intero traffico, ancora una volta con il supporto della camorra e della ‘ndrangheta, è stato il mandamento mafioso palermitano di Pagliarelli.

L’hashish, proveniente dal Nord Africa, raggiungeva Palermo con corrieri campani. La cocaina invece arrivava dal Sud America tramite un calabrese di Locri.

Il giro d’affari è stato calcolato in tre milioni di euro l’anno. Un’economia alternativa a quella legale che fa da fonte di reddito a centinaia e centinaia di famiglie. Gran parte della ricchezza cittadina proveniente da traffici illeciti che circola liberamente e incontrollata.

LE ESTORSIONI

A Leonforte, in provincia di Enna, l’operazione “Caput silente” ha soprattutto arginato il fenomeno estorsivo. Nel corso delle indagini, infatti, si sono documentati parecchi danneggiamenti ad imprenditori aderenti a un’associazione antiracket e a due poliziotti.

Ma è stata l’operazione “Sotto scacco”che ha colpito i clan di Paternò e Belpasso che ha fatto clamore. In campo nazionale la rivolta di Giuseppe Condorelli contro il pizzo ha fatto notizia. Il rifiuto di pagare da parte dell’imprenditore dei famosi torroncini è stato da tutti approvato ed esaltato.

Ma la denuncia di Condorelli ha rappresentato purtroppo un’eccezione. La realtà emersa dalle indagini è un’altra: commercianti e imprenditori hanno fiancheggiato e favorito gli affari illeciti dei boss. Abbiamo quindi un commercio e un’economia profondamente sporchi e fortemente alterati dalla violenza mafiosa, un inquinamento del tessuto economico locale molto diffuso e opprimente. E questo grazie alla complicità di alcuni imprenditori.

Comunque, come si è visto nelle operazioni condotte nei quartieri di Palermo, le denunce delle vittime del pizzo procedono a macchia di leopardo. Nel mandamento di Porta Nuova, a Tommaso Natale e Resuttana, c’è una notevole collaborazione con le forze dell’ordine. A Brancaccio, Ciaculli e S. Maria di Gesù, invece, tutti tacciono e nessuno parla.

I NEOMELODICI E LE FESTE RIONALI

Qualcosa che sempre più emerge nei fenomeni criminali nel sud d’Italia è la vicinanza agli ambienti criminali dei cantanti neomelodici. Nelle inchieste portate a termine sia a Palermo che a Catania si sono trovati riscontri a questo tipo di contatti.

A Palermo, nelle feste rionali di Borgo Vecchio la mafia ha deciso sia i cantanti neomelodici da far esibire, sia il loro cachet. Inoltre, i boss locali raccoglievano i soldi necessari per organizzare la festa e assegnavano gli spazi dove si sarebbero messi i venditori ambulanti.

Si potrebbe pensare che si tratta di un potere “povero”, limitato alle canzoni in piazza. In realtà, invece, si è esercitato un controllo strettissimo sulle attività economiche e sui commercianti che non hanno potuto sottrarsi al versamento delle quote per sponsorizzare la festa. E non solo a Borgo Vecchio, ma anche in corso Finocchiaro Aprile.Insomma, interi quartieri della città sotto scacco.

A Catania, nel rione Picanello, è venuto fuori che tra gli affari più importanti dei clan c’era l’investimentoin una casa discografica. Questa etichetta di registrazione utilizzata da molti cantanti neomelodici avrebbe fatto da “lavatrice” di denaro sporco.

ADRANO

Un susseguirsi incessante e capillare di operazioni di polizia e carabinieri si è verificato ad Adrano. Nel comune di 34.000 abitanti della città metropolitana di Catania ci sono state 4 delle 35 inchieste antimafia.

“Follow the money”, “Adrano libera”, “Triade”, “Impero”, hanno colpito duramente i clan mafiosi Scalisi e Santangelo-Taccuni. I 56 arresti, i 9 obblighi di dimora, i 101 indagati,hanno decimato gli adepti e i collusi delle due cosche.

Le famiglie mafiose adranesi si sono distinte nel traffico di droga e nel riciclaggio di denaro sporco nel nord d’Italia. Un affare che partendo dall’Albania, tramite la ‘ndrangheta, è arrivato in Sicilia. Ma ci sono state pure le truffe all’INPS: centinaia di migliaia di euro incassati dichiarando falsi braccianti agricoli.

MESSINA E LA SUA PROVINCIA

Un occhio speciale va rivolto al messinese, che di provincia “babba” non ha nulla. Anzi, si è scoperta particolarmente cruenta e spietata.

Nella riviera ionica messinese i clan si sono spartiti locale per locale lo spaccio di cocaina, hashish e marijuana. Un’organizzazione minuziosa ed efficiente che si è avvalsa soprattutto di giovanissimi pusher particolarmente spregiudicati: chi non riusciva a pagare la droga veniva duramente malmenato; chi era sospettato di essere un confidente della polizia, riempito di botte.

Nel quartiere Giostra di Messina, invece,la guerra fra clan si è fatta con sparatorie nei bar, incendi di macchine, attentati alle persone. E questo per controllare l’enorme traffico di stupefacenti che era operativo giorno e notte, movimentando centinaia e centinaia di venditori, pusher, consumatori-spacciatori. L’operazione “Market Place” ha documentato oltre 1.000 episodi di vendita di droga, facendo definire il rione Giostra la Scampia di Messina.

LA STIDDA

Segnali vitali importanti li ha dati la Stidda. Si tratta di bande criminali presenti nell’entroterra e nella costa meridionale della Sicilia (Agrigento, Gela, Ragusa). Nate alla fine degli anni ’80, sono autonome da Cosa nostra, e spesso in contrapposizione o conflitto con essa.

Considerata dai più ormai estinta, a Canicattì è invece entrata nel lucroso affare del commercio dei prodotti ortofrutticoli. In questo caso, l’inchiesta “Xydi” ci ha rivelato che tra le due organizzazioni rivali, Cosa Nostra e Stidda, si è arrivati a una pax mafiosa. Tregua comunque armata, come dicono gli investigatori e ci insegna la storia.

Ma è a Mazzarino, con l’operazione “Chimera”, che si è vista la ferocia primitiva della Stidda. Un ragazzo di soli 22 anni è stato bastonato e strangolato; poi seppellito e diseppellito perché il corpo emergeva troppo in superfice. Un altro ragazzo di 28 anni è stato orrendamente torturato e mutilato: prima delle orecchie, poi del naso, infine delle dita delle mani. Ma il poveretto, che non faceva parte delle varie bande, non sapeva nulla. E a quel punto, però, non poteva che essere ucciso.

Oltre che con le estorsioni e le truffe agricole, la Stidda si è arricchita soprattutto con la droga. Le partite di cocaina da vendere ai consumatori di Gela e Mazzarino arrivavano direttamente dalla Calabria e dalla Lombardia.

IL RITORNO DEI PERDENTI

L’arresto di tutti i corleonesi dopo le stragi del ’92-93 ha liberato dall’incubo della persecuzione “gli scappati”, le famiglie perdenti della seconda guerra di mafia andati in esilio in America. Infatti, tornate ormai da anni a Palermo e in Sicilia, i loro membri si muovono liberamente e fanno affari.

L’inchiesta “Xydi” ha certificato come il clan americano dei Gambino ha ripreso gli storici contatti con la mafia agrigentina, in particolare con quella di Castrofilippo. I traffici sono stati di diverso tipo: attraverso bonifici, e soprattutto con carte di credito “a spesa illimitata”; in Kosovo, con Sandro Mannino legato agli Inzerillo di Palermo; con soldi sporchi che partivano da Singapore e arrivavano nei porti siciliani. In particolare in quello di Catania, che era ancora libero da ipoteche mafiose.

Ma è stata l’operazione antimafia “Crystal Tower”, portata a termine traTorretta e gli Stati Uniti, che ci ha raccontato di un legame mai interrotto. I luoghi sono gli stessi, Torretta e New York. Le famiglie mafiose coinvolte con i medesimi cognomi, Gambino e Inzerillo. Organizzazione, rituali e rapporti sempre uguali e sempre solidi. Un sodalizio indissolubilefra clan siciliani e clan americani.

MATTEO MESSINA DENARO

L’ultimo dei corleonesi e il numero uno dei ricercati è ancora potente e godrebbe di altolocate protezioni. Anche se le persone che gli stanno attorno vengono continuamente arrestate e lui è sempre più braccato.

Matteo Messina Denaro

L’inchiesta “Xydi” ha rivelato che ci vuole ancora l’assenso e il permesso di Matteo Messina Denaro per intraprendere strategie delicate e pericolose. E soprattutto ha confermato la posizione di assoluto predominio del superlatitante non solo sulla provincia di Trapani ma anche sul mandamento mafioso di Canicattì. Una dimostrazione, quest’ultima, dell’unitarietà di Cosa Nostra siciliana.

E che il super-ricercato è rispettato e sempre interessato a fare soldi lo ha confermato l’operazione “Doppio gioco”. Al nipote di Matteo Messina Denaro, Francesco Guttadauro, si stava fornendo il necessario know-how per entrare nel giro del lucrosissimo affaredellescommesse on line, la cosiddetta “mafia da tastiera”.

I NIGERIANI

Con l’operazione “Showdown” si è confermata nel quartiere palermitano di Ballarò la capillare presenza dei “cult” nigeriani. In special modo dei Viking,che controllano lo spaccio di droga e la prostituzione delle giovanissime connazionali.

È la vendita del crack il vero affare nel centro storico palermitano. Ottenuto dalla frantumazione della cocaina, l’esiguità del prezzo, 5-10 euro per dose, ne permette l’acquisto da parte dei minorenni. È particolarmente pericolosa, non solo perché crea subito dipendenza, ma soprattutto perché reca forti danni al sistema nervoso centrale. I decessi, inoltre, provocati da questa sostanza sono numerosi.

Mal tollerati e osteggiati all’inizio, i nigeriani sono ben presto venuti a patti con la mafia locale.Sono statele rivelazioni ditre pentiti delle cosche del palermitanoa raccontare come“I nigeriani non si devono toccare. Anzi si devono tutelare”. Perché – dicono i pentiti – i nigeriani, fanno il lavoro sporco, cioè il traffico di eroina, che riguarda le fasce basse, le più turbolente dei consumatori. La cocaina, invece, che viene smerciata nei quartieri alti della società, è sotto il controllo di Cosa Nostra.

A impartire l’ordine di buona convivenza e reciproco interesse sarebbe stato Paolo Lo Iacono, esponente della famiglia di Palermo Centro, considerato l’elemento di raccordo fra la mafia palermitana e la criminalità nigeriana.

I LEGAMI ISTITUZIONI – MAFIA

Una delle connotazioni della mafia è quella di avere goduto protezione da parte del potere e avere mantenuto rapporti molti stretti con gli organismi statali. Ebbene,nell’operazione “Sipario” a Catania e “Jato bet” a S. Giuseppe Jato si sono verificati ancora entrambe queste condizioni.

Nella prima inchiesta, un referente dei clan, un vice brigadiere della Guardia di Finanza e tre vigili urbani sono stati arrestati perché d’accordo su affari, favori e scambi elettorali. Nella seconda, un comandante dei vigili urbani ha avuto contatti e ha protetto noti esponenti mafiosi locali.

La domanda drammatica che si pone è: “Come si può pretendere dai cittadini l’osservanza delle leggi e la fiducia nello Stato se alcuni suoi esponenti di rilievo camminano ogni giorno a braccetto con criminali e malavitosi? L’omertà, la rassegnazione, lo scettiscismo verso le istituzioni, non nascono forse da questo sconsolante stato di cose ancora oggi vigente in molti centri siciliani e del sud d’Italia?”.

LA “SIGNORIA TERRITORIALE”

Un altro caposaldo del fenomeno mafioso ha trovato riscontro in due operazioniportate a termine a Palermo.

Nella città simbolo del potere mafioso, vige rigorosamente e viene sempre applicato il concetto di “Signoria territoriale” coniato dallo studioso palermitano del fenomeno mafioso Umberto Santino. Contrade, strade, perfino marciapiedi, sono divisi rigidamente in zone fra le varie famiglie mafiose. E guai se qualcuno si permette di sconfinare senza il necessario permesso.

Nelle intercettazioni di “Game over II”ascoltiamo: “A destra c’è l’Uditore, a sinistra c’è Cruillas”. Che nel linguaggio di Cosa Nostra significa “Qui comanda la famiglia dell’Uditore, lì la famiglia di Cruillas”.

A Pagliarelli, invece, l’operazione “Brevis” ha certificato l’esistenza di un’autorità autonoma all’interno dello Stato italiano, con propri controlli, interventi punitivi, giustizia riconosciuta e rispettata. Un sistema parallelo a quello ufficiale, più efficiente e rapido. Cosa Nostra cioè esercita un potere effettivo e supremo su una parte estesa del territorio statale.

CHI COMANDA ADESSO?

Il quesito più frequente fra chi si occupa di mafia è: “Chi comanda adesso?”.

La risposta non è semplice, e riflette l’attuale condizione di Cosa Nostra: allentamento delle tradizionali regole, frammentazione sul territorio, mancanza di una direzione autorevole e riconosciuta. E anche da queste inchieste non esce un’indicazione sola e univoca.

Emblematica la situazione creatasi nel mandamento di San Lorenzo – Tommaso Natale con l’operazione “Bivio 2”. In una delle zone più violente di Palermo si combatte la battaglia fra la vecchia Cosa Nostra e i nuovi capi delle famiglie mafiose.

Mandamento che negli ultimi anni ha subito ben dieci operazioni antimafia, affiliati e capifamiglia si trovano davanti ad una scelta, a un bivio come dice il nome di questa operazione: seguire le direttive dell’ultima Commissione provinciale ricostituitasi a Baida il 29 maggio del 2018, o negare “la legittimità” di questa nuova Cupola?

Giulio Caporrimo, che ultimamente ha riaffermato il proprio potere, non ha dubbi, e ha le idee abbastanza chiare. Nei frequenti soliloqui captati dalle cimici installate nella sua macchina dice: “Questa non è più Cosa Nostra. Non possono due, tre mandamenti fare la Commissione. E poi sono tutti pentiti, e si spaventano. Quando gli proponi di fare qualcosa di serio, scappano, hanno paura. Si sono ridotti come gli stiddari. Cosa Nostra è ormai come la Stidda. Questa è una “Cosa come ci viene, come ci appare a loro”. Cosa Nostra è come un campo di zingari”. E infatti Caporrimo, uscito dal carcere, non riconosce il potere del reggente designato dalla Commissione.

Quello che è successo a Ciaculli con le due operazioni “Tentacoli” e Stirpe”rende ancora più evidente l’attuale evoluzione della Cosa nostra palermitana. Le famiglie della città, quelle sconfitte dalla seconda guerra di mafia, quelle che comandavano prima della “dittatura dei corleonesi”, si stanno riprendendo a poco a poco tutto il loro potere.

I Greco di Ciaculli hanno restaurato l’antica egemonia e sono tornati a comandare nel loro Mandamento. Infatti, sono i discendenti di Michele Greco il Papa che da qualche anno dirigono le estorsioni e il traffico di stupefacenti. Al contrario, le famiglie di Brancaccio e Corso dei Mille, che negli ultimi trent’anni avevano affiancato Riina e Provenzano, hanno perso terreno e si sono ritirate.

Di segno opposto quello che avviene a Bagheria, dove “i corleonesi” resistono ai palermitani. Nelle intercettazioni dell’operazione “Persefone” sentiamo infatti “Qui a Bagheria comandiamo noi. Nella storia, Palermo ha sempre fatto quello che diceva Bagheria. I palermitani si stessero a Palermo, e quando devono venire qui, devono chiedere il permesso. Io sono uno di quelli che ha fatto la storia”. A parlare è il nuovo reggente di Cosa nostra a Bagheria, quello che ha aiutato Bernardo Provenzano nella sua latitanza. Colui che ha preso il posto del nipote di Settimo Mineo, il capo mandamento di Pagliarelli che era al vertice della Commissione provinciale ricostituitasi nel maggio del 2018.

Insomma, a Palermo, ma un po’ in tutto il territorio siciliano, si combatte una lotta fra la vecchia e la nuova mafia per la supremazia nel territorio.

                                                                                               Giovanni Burgio