COPPERMAN – UNA FAVOLA AMARA

Maredolce  13.3.2019

 

Ancora una felice sorpresa dal cinema italiano

Antonia Truppo

 

 

Il cinema italiano si sta rivelando una continua sorpresa. Negli ultimi mesi ci sono stati tre capolavori usciti dalle menti e dall’arte di altrettanti giovani registi e dei loro ingegnosi collaboratori: Lazzaro Felice, Troppa grazia, Il primo Re. Tre film che hanno visto, anche, tanti attori e attrici esibirsi in perfomances eccezionali; una nuova scuola di recitazione, fresca, originale, spontanea, al di fuori dei soliti e logori circuiti spettacolari e mediatici, che ci deve riempire d’orgoglio e ci lascia ben sperare sul futuro della nostra industria cinematografica.

Tutti e tre i film, inoltre, sono stati girati e ambientati interamente nell’Italia Centrale, tra il Lazio, la Toscana, l’Umbria e le Marche. Una scoperta anche questa eccezionale.  Monti, colline, campagne, li abbiamo potuto ammirare nella loro infinita bellezza. Piccoli centri, vicoli, stradine, monumenti storici, ci rievocano antichi splendori e ci fanno apprezzare rari gioielli.

A conferma di quanto appena detto, in questi giorni nelle sale l’ultima sorpresa ci viene da un’altra opera particolare e fantasiosa, Copperman, ovvero L’uomo di rame. In questo film ci troviamo di fronte a una favola gentile ma dura, a un racconto vivo e pieno di colori ma triste. In realtà, dietro una storia apparentemente semplice si nasconde la brutalità della vita di ogni giorno.

Copperman si avvicina molto, come impostazione ed estro fantasioso, a Lo chiamavano Jeeg Robot, con la differenza, però, che qui l’ambiente è una piccola realtà di provincia e la visione favolistica è predominante.

Un bambino ritenuto un po’ “ritardato”, ma invece sensibile e generoso, divenuto grande cerca di salvare il mondo, travestendosi da supereroe e cacciando via ladri e rapinatori, salvando le vittime della prepotenza umana. Ma cattiveria e sopraffazione non sono trattati come fenomeni sociologici frutto dell’abbrutita società di oggi, non sono considerati come fatti esterni e lontani, bensì stanno celati e annidati nel piccolo mondo della propria famiglia e degli amici più vicini.

Luca Argentero

Anselmo, un Luca Argentero bravissimo nei panni dell’ingenuo e candido giovane eroe, scopre così che sia suo padre, sia il padre della compagna amata, sono la fonte del male, l’origine lontana della sofferenza, che però continua ancora oggi, perpetuandosi nel tempo. Fino a che, non la sua infinita bontà, non la sua rudimentale e innocua armatura di rame, ma una consapevole e decisa reazione concreta, un colpo di pistola, ferma il violento e brutale assassino.

Anche questo lungometraggio è incorniciato nei luoghi di un’Umbria meravigliosa. E a una fotografia e a una costruzione degli ambienti, coloriti, vivaci, favolistici, che ricordano tanto Il favoloso mondo di Amélie, si alternano, immediatamente e improvvisamente, flash back, immagini, suoni, d’impronta drammatica, tremenda e spaventosa. Un’attenzione, quindi, ai particolari e al montaggio veramente lodevole, unica e pienamente riuscita.

Un quesito ci piacerebbe porre al regista Eros Puglielli: “Ha deliberatamente truccato in modo simile il volto e i capelli delle due principali attrici, le splendide Galatea Ranzi e Antonia Truppo? Se la risposta fosse affermativa, un’interessante luce psicoanalitica illuminerebbe l’identità della madre e della fidanzata del giovane eroe Anselmo.

Un ringraziamento particolare, infine, dobbiamo rivolgere al gestore dei cinema Lux e Colosseum che, oltre ad avere abbassato i prezzi già da molto tempo, ripresenta, alcuni giorni dopo la programmazione di prima visione, film di qualità nella sala di periferia Colosseum, cioè l’ex Lubitsch. Si permette così, a chi non è riuscito a vedere opere pregevoli, di recuperarne la visione. Operazione meritoria di non poco conto in un’epoca in cui anche i film corrono e vanno veloci, rimanendo troppo poco tempo a disposizione degli spettatori nelle sale cinematografiche.

 

Giovanni Burgio

SACRO O PROFANO? I FONDAMENTI DELLE SOCIETA’

Maredolce  8.2.2019

 

DOPO AVER VISTO “IL PRIMO RE”

 

Che cosa rende un popolo coeso? Su cosa si fondano le società? Perché una civiltà si espande e diventa egemone?

Il maggior pregio del film di Matteo Rovere “Il primo re” è di porre questi quesiti e suscitare alcune riflessioni. L’origine di Roma diventa così il paradigma della nascita di un aggregato umano.

Remo incarna la forza dell’uomo che s’impone con le armi, il coraggio, il comando. E’ dalla sua ribellione al potere di Alba, infatti, che nascerà uno dei più grandi imperi mondiali. Remo rappresenta così la pura materialità su cui si basa il potere terreno.

Romolo, invece, crede nel fuoco sacro, negli dei e nelle predizioni di Sacerdoti e Vestali. Sottostà al volere divino ed esegue i suoi ordini.

Nel film, il tema centrale è proprio lo scontro fra queste due antitetiche visioni della vita. Bisogna andare avanti nella foresta temendo le ombre nascoste, le oscure presenze e i divieti divini? O invece occorre procedere innanzi verso la salvezza e in direzione della luce, sfidando superstizioni e paure, uniti e convinti che combattendo si vincerà? Oggi potremmo dire: deve prevalere l’ispirazione religiosa o il pensiero laico?

Il film, senza dubbio, eccede nell’azione e nell’atmosfera cupa delle immagini (lotte e combattimenti sono predominanti e il buio è la scelta fatta dal regista più che un effetto della fotografia di Daniele Ciprì). E Hollywood, ahimè, viene tanto imitata negli effetti speciali, nella spettacolarità, nel sonoro.

Caratteristica specifica del film è, invece, il linguaggio utilizzato. Dall’inizio alla fine ci sono i sottotitoli, perché tutta la recitazione è in protolatino, una lingua originale ancora più antica di quella arcaica, in cui sono inseriti elementi linguistici indo-europei. Una ricostruzione meticolosa in cui ci si è valsi della collaborazione di alcuni ricercatori dell’Università “La Sapienza”.

Belle, affascinanti e accurate sono le prime scene dove vengono celebrati i riti religiosi e magici in cui credono le popolazioni autoctone del Lazio, regione dove è stato girato tutto il film. E a questo proposito è bene notare che la produzione è quasi interamente italiana.

Particolarissima è l’interpretazione di Tania Garribba, la magra e scarna vestale che con il volto inciso dai sacri segni rappresenta l’immagine vivente del mondo dell’aldilà. La sua figura riassume e sintetizza la totale narrazione del film: può la società umana affidarsi ciecamente al messaggio divino? Dobbiamo credere a ciò che ci dicono predicatori, sacerdoti, veggenti, intermediari fra noi umani e gli spiriti immateriali?

Oggi, infine, nell’era dei Trump, dei chiusi e rigidi nazionalismi, delle sacro-arcaiche destre europee, della Lega Italiana che si richiama alle antiche origini cristiane, si sta forse facendo un passo indietro verso una concezione spiritualista e integralista del potere?

Nulla hanno prodotto, quindi, ribellioni e rivoluzioni popolari che hanno deposto monarchi e tiranni? Le tante riforme laiche e libertarie ottenute con fatica e passione, stanno per essere cancellate da un ritorno al passato pericoloso e oscurantista?

Giovanni Burgio

UNA “PARANZA” DI TROPPO

Maredolce 1.3.2019

 

La Camorra inflazionata al cinema e in TV

 

 

E’ una replica, mal riuscita e di minor valore, della serie televisiva “Gomorra”. E’ un racconto, visto e rivisto, che non ha un briciolo di originalità. Adotta un linguaggio cinematografico, camera ossessivamente “a spalla”, dialetto e sottotitoli, interpretazione non professionistica, ormai presente in troppi film e quindi non più innovativi. “La paranza dei bambini” è stata, purtroppo, una profonda delusione.

Peccato, perché il regista, Claudio Giovannesi, ci aveva stupito nel 2016 con “Fiore”, un film di vita quotidiana, che aveva i pregi di essere realista, molto poetico, toccante ed emozionante.

La storia di Napoli in mano alla Camorra la sappiamo; le bande di giovanissimi ragazzi che scippano, rubano e sparano indisturbati per la città le conosciamo; lo spaccio libero, illegale e capillare in tutti i quartieri è risaputo. Perché allora presentare sempre le stesse scene? Che notizie ci fornisce in più la visione di questo film? Questo tema è già abbondantemente inflazionato e il soggetto ampiamente sfruttato.

E se è possibile che al di là dei nostri confini nazionali, queste realtà possono ancora essere poco note e ancora sorprendenti, come dimostra l’Orso d’Argento alla sceneggiatura ottenuto a Berlino, a noi, qui, in Italia, da decenni impegnati a lottare quotidianamente Cosa Nostra, Camorra, ’Ndrangheta, Sacra Corona Unita, cosa ci può dire di nuovo questa pellicola?

L’operazione “Libro di Saviano-produzione del film- sceneggiatura del giornalista” probabilmente ha avuto come obiettivi la commerciabilità del prodotto, il facile successo, l’incasso al botteghino. E d’altronde, ingenuamente, c’eravamo illusi che questo personaggio mediatico diventato ormai un’icona da venerare per le sue declamazioni televisive, poteva essere oscurato dalle precedenti ottime performances di Claudio Giovannesi. E se quindi ci si aspettava qualcosa di particolare, di originale, di artistico, si è rimasti tristemente sconsolati.

Nulla di paragonabile a “Gomorra” di Matteo Garrone. La differenza è abissale, la distanza immensa. Il confronto è tra un’opera d’arte unica e ben riuscita, e un quadro di maniera, dipinto artificialmente per compiacere pubblico e certi settori dello spettacolo.

E comunque, alla fine, rimane il quesito principale: “Perché si è voluto replicare quello che già in televisione si era visto con la serie “Gomorra” di cui Giovannesi è stato uno dei registi? Perché fare questo film, sua brutta copia conforme? Che bisogno c’era di rifare le scorribande dei motorini che dettano legge nelle strade e nei quartieri di Napoli?”. Con l’aggravante che in questo film proiettato nelle sale cinematografiche non troviamo né la bravura né la spontaneità dei tanti giovani attori esordienti degli episodi televisivi.

Insomma, una visione che si può senz’altro evitare.

 

Giovanni Burgio

L’IMPOSSIBILE ALLEANZA PD-M5S

Maredolce 24.1.19

 

UN INCONTRO A PALERMO

Il senatore Steni Di Piazza

steni di piazza

Il senatore Steni Di Piazza

 

 

 

Profonda delusione e grande sconforto. In queste ultime settimane lo scontro continuo fra Lega e Cinquestelle sulle diverse scelte di fondamentali problemi di medio-lungo termine, aveva fatto maturare la convinzione che in un futuro ravvicinato, M5S e PD si sarebbero potuti alleare o, in qualche modo, sarebbero stati costretti a stare assieme.

Invece sabato 5 gennaio, dopo l’incontro nei locali dell’Associazione “Casa dell’equità e della bellezza” di Palermo con il senatore Steni Di Piazza e il deputato Giorgio Trizzino del Movimento Cinquestelle, queste speranze sono presto naufragate ed è subentrata una cupa rassegnazione.

La platea era suddivisa a metà fra i sostenitori dei Cinquestelle e i critici verso questa formazione politica. Una trentina di attenti ascoltatori delle risposte che si attendevano dai due rappresentanti politici.

La prima domanda ha riguardato il delicato tema della democrazia interna al Movimento. La replica dei due politici ha descritto una forte gerarchia nelle decisioni e, considerata la variegata, giovane e multiforme natura del Movimento Cinquestelle “che non si deve mai chiamare partito”, una necessaria obbedienza verso regole rigide e ferree.

Il deputato Giorgio Trizzino

Poi si sono sentiti alcuni dei soliti ritornelli sempre ripetuti dai Cinquestelle: i mezzi di comunicazione sono tutti asserviti ai “Poteri forti” e massicciamente schierati contro il Movimento; i giornalisti invece di cercare le notizie vanno solo a caccia di prove per accusare i Cinquestelle; le interviste sono continuamente travisate e manipolate; ecc. ecc. E il governo, come risposta a questa concentrazione di fuoco, presto approverà un progetto di legge che taglierà i fondi all’editoria, “Così Radio Radicale non avrà più un euro”.

Chi scrive si è subito ricordato come prima delle elezioni del 4 marzo 2018, Urbano Cairo con La7 e il Corriere della Sera, Berlusconi con Rete 4, Marco Travaglio con il Fatto Quotidiano, L’arena di Massimo Giletti su Rai Uno, insieme a tanti altri giornali e televisioni, hanno spianato la strada verso Palazzo Chigi a Di Maio e Di Battista. E anche adesso, quotidiani e opinionisti da sempre di centrodestra difendono abbastanza chiaramente i provvedimenti governativi (La Verità di Belpietro, Mario Giordano di Mediaset, Franco Bechis di Libero).

Domande e risposte si sono susseguite ed è impossibile fare il resoconto di quasi due ore di discussione. Ma una cosa ha colpito profondamente chi aveva speranze in un dialogo M5S-PD: il continuo rancore e le solite accuse contro il PD. Ritenuto, questo partito, colpevole di tutto e bersaglio preferito delle critiche: “Il PD non è di sinistra, il PD ha trascurato i poveri e deboli, Renzi ha tutelato le banche, il PD è stato troppo accogliente verso gli immigrati, ecc. ecc.”.

Notevole è stato anche sentire ripetere continuamente dai due uomini politici che la novità positiva della vita politica italiana è di aver stipulato un “Contratto”, un “Contratto di governo”, e che il rapporto fra Lega e Cinquestelle è tra “contrattisti”. Come se non si volesse pronunciare la parola “alleanza” e non si volesse ammettere che c’è un accordo politico. Come negare che il programma di governo è comune e condiviso, e ci si vergognasse, in sostanza, del solido e duraturo patto con la Lega, l’altra forza politica con la quale si è formato l’esecutivo che da sette mesi governa l’Italia.

L’incontro tra PD e M5S dopo le elezioni del 2013.

In definitiva, una terminologia che volutamente nega “La politica”, un infingimento che cerca di occultare un’alleanza squisitamente politica, che è la conferma della visione profondamente “antipolitica” del Movimento Cinquestelle. Quindi, al momento, è impossibile ipotizzare una qualche forma di collaborazione con il PD, erede dell’antica tradizione dei partiti politici, sostenitore di chiare alleanze politiche, fautore di specifiche convergenze programmatiche.

E dire che prima dell’incontro, lo scambio d’idee con alcuni sostenitori dei Cinquestelle, faceva intendere che proprio Steni Di Piazza era stato uno di quelli che si era speso molto nel dialogo con il PD subito dopo le elezioni (e il passato politico di quest’uomo, d’altronde, coincideva con questa informazione). Alla fine della serata, invece, abbiamo fatto notare agli interlocutori che l’acredine e l’astio contro il Partito Democratico manifestati durante l’intero incontro, difficilmente potranno in futuro far costruire una pur minima alleanza politica.

Quindi, a chi di continuo, ancora oggi, prospetta l’ipotesi di un dialogo PD-M5S, si può rispondere, ahimè tristemente, che questa prospettiva sembra allontanarsi nel tempo. Tuttalpiù potrà essere proponibile quando il M5S sarà molto ridimensionato elettoralmente e la sua classe dirigente completamente cambiata.

 

Giovanni Burgio

 

UN ROMANZO STORICO-PASSIONALE

8.1.2019

 

APPUNTI DI UNA GIOVANE ANIMA

ALEXANDRA TOMASI DI LAMPEDUSA

 

 

 

 

Una grande storia. Un bellissimo romanzo. “Appunti di una giovane anima” di Gabriele Bonafede è un romanzo storico dove ci sono le persone, ma anche i fatti fondamentali del secolo scorso. La Russia zarista e la rivoluzione bolscevica; la prima guerra mondiale, il nazismo e la seconda guerra mondiale.

Ma ci sono anche la Sicilia e Palermo. E le due aristocrazie nordeuropea e sudeuropea che s’incontrano, e vedono il loro mondo dorato del passato cadere e tramontare per sempre.

E poi i sentimenti, le passioni e la psiche degli uomini e delle donne. Il sorgere della psicoanalisi illumina gli orrori delle dittature; e dalle gelide foreste della Lettonia si trasferisce nelle calde campagne siciliane; grazie a una donna. Che, dopo tormenti e vicissitudini, si accompagnerà a un grande siciliano: l’autore del “Gattopardo”.

Ma chi osserva e narra tutto questo? Chi aleggia, chi sta accanto a tragedie e gioie? Chi scrive di un secolo di Europa? Solo leggendo il libro si scoprirà il mistero.

 

Giovanni Burgio

DA VEDERE E DISCUTERE IL FILM DI MARTONE

“CAPRI-REVOLUTION”

 

Marianna Fontana nel ballo “sfuocato” sulla spiaggia.

 

 

“Capri-Revolution” è da vedere. E non perché sia imperdibile o un capolavoro, ma perché va dibattuto: cioè osservato, pensato, decodificato.

Il film di Mario Martone narra delle vicende di una “Comune” di nordeuropei che nell’Isola campana, all’inizio del novecento, sperimenta uno stile di vita mistico, vegetariano, nudista, completamente alternativo quindi agli usi e costumi dell’epoca (un fatto realmente accaduto su iniziativa del pittore Karl Diefenbach). Una giovane ragazza irrequieta, pascolando le capre, osserva queste persone, e ne è attratta. Lascia così la sua povera famiglia e inizia a praticare il nuovo modo di vivere.

Intanto bravissima è Marianna Fontana con quegli occhi piccoli e neri, arrabbiati e ribelli. Una lotta impari contro i fratelli maschilisti, il perbenismo dei paesani, un conformismo oppressivo. Mascelle squadrate e corpo minuscolo sprigionano tutto il malessere e la rivolta che le covano dentro. Uno spirito libero, che non soltanto riesce a essere contro gli arretrati usi locali, ma critico anche verso le pratiche controcorrente della Comune.

Reinout Scholten van Aschat interpreta il pittore Karl Diefenbach.

 

C’è poi una sicura maestria dei nuovi mezzi tecnologici che offre scene immaginarie toccanti e profondi (il lievitare della giovane donna sul mare dell’Isola e il ballo “sfuocatissimo” di quest’ultima nella spiaggia). E in tutto il film si fa notare anche una musica di sottofondo che colpisce per la sua contemporaneità in contrasto con l’ambientazione d’inizio ‘900.

Ma dopo questi punti a favore della regia e dell’interpretazione, emergono il tema centrale e il dubbio principale. L’autore del film sta dalla parte della “Comune” spiritualista e naturista, o è d’accordo invece con il giovane medico arrivato a Capri che crede nel rigore della scienza e nella concretezza del materialismo?

Se dovessimo giudicare in base al tempo dedicato all’una e all’altra delle due diverse impostazioni di vita, la prima sarebbe quella senz’altro scelta dal regista. E questa poi è, secondo noi, la sensazione che lascia la visione del film.

E qui si pone il secondo problema. Oggi, nel momento in cui si mettono radicalmente in discussione tutte le certezze scientifiche raggiunte in decenni e decenni di studi e ricerche, è opportuno accarezzare “Il negazionismo” che ha invece fede nella natura primitiva, nell’energia nascosta, nella grandezza dello spirito?

I due protagonisti del film.

 

Martone poi anche in questo film mischia passato e presente, storia e attualità. E questo, forse, è un punto debole delle sue opere. Come si possono giudicare gli eventi di ieri con gli occhi di oggi? Come si possono ignorare interi secoli di vicissitudini, lotte, sconvolgimenti, riforme e progressi? Non c’è forse un’eccessiva invasione del pensiero odierno sugli avvenimenti di un passato remoto?

Infine: è sicuro che il giudizio oggi di moda sia quello giusto? Siamo certi che il pensiero ora dominante sia la chiave di lettura per interpretare i fatti del passato?

Giovanni Burgio

LA BATTAGLIA NEL PD SICILIANO ANTICIPA LA LOTTA NAZIONALE

Il nuovo segretario del PD siciliano Davide Faraone

 

 

 

 

 

Maredolce 24.12.2018

 

FARAONE NUOVO SEGRETARIO REGIONALE DEL PD

 

Adesso il quadro è chiaro e la risposta pronta. A chi mi chiede “Cosa è successo nel PD siciliano?”, so cosa rispondere. Pura lotta di potere, esasperata ricerca del potere. Voglia indiscussa di tenere ben salde le mani sul volante della macchina. E infatti la posta in gioco era “Chi dirigerà il Partito nel futuro? Chi guiderà questo Partito di centrosinistra?”. Quello che accaduto in queste ultime settimane in Sicilia non è altro che questo.

E non c’è un implicito giudizio negativo in questa risposta, anzi. Qualsiasi studente di Scienze Politiche dei primi anni di università sa che la “Politica” è la scienza del potere; che la Politica è l’arte del potere; che la Politica è la più importante delle attività umane. E in un’epoca in cui alla Politica si associano i peggiori aggettivi, bisogna ricordare e riaffermare il significato di questa parola.

Quindi quello che è successo nell’Isola all’interno del PD, non è altro che inveramento della “Politica”. E perdipiù, e come al solito, quello che avviene in Sicilia, non solo precede e anticipa quello che accadrà in campo nazionale, ma assume quel carattere di radicalità e visceralità tipico del nostro modo di essere, e mette a nudo la vera essenza dei problemi. Il principale dei quali, al momento per il PD, sembra essere il seguente: se la linea politica di Renzi e il suo modo di concepire il Partito continueranno a resistere dopo il congresso, allora non sarà necessaria la nascita di una nuova formazione politica guidata dall’ex premier. Se invece Zingaretti sarà eletto segretario, il Partito di Renzi verrà inevitabilmente alla luce.

Questo nodo essenziale è stato al centro dello scontro congressuale siciliano, e che qui, nell’Isola, ha mostrato la sua esemplificazione elementare.

Inizialmente è sembrata profilarsi l’elezione di Giuseppe Bruno o Gandolfo Librizzi a garanzia di una segreteria “unitaria”, che avrebbe cioè visto le due componenti contrapposte, “renziani” e “antirenziani”, rinunciare a un proprio candidato di parte. Ipotesi accettata, o comunque non palesemente osteggiata, da Faraone e compagni. Improvvisamente, però, la candidatura alla segreteria dello stesso Faraone ha sorpreso tutti e determinato un’inversione di 360 gradi delle varie posizioni. E il tavolo si è rovesciato, e tutto è saltato per aria. Ma si è anche chiarito definitivamente quali fossero i due schieramenti in campo.

Da una parte, i “renziani” Doc più i “Partigiani Dem”. Dall’altra, tutti gli avversari di Renzi: gli “zingarettiani” Lupo, Cracolici, Crisafulli, Speziale, ecc., i “richettiani”, gli “orlandiani”, e vari altri gruppi. Antirenziani che hanno avanzato la candidatura di Teresa Piccione.

Istituto Gramsci – La riunione degli zingarettiani del 17 dicembre con Teresa Piccione

E così i contendenti si sono fronteggiati aspramente e duramente, con tutti i mezzi e le armi a disposizione: rinvii dei congressi provinciali, autoconvocazioni, ricorsi, controricorsi, norme statutarie, norme regolamentari, commissioni regionali, commissioni nazionali, comitati di garanzia, comitati di controllo, ecc. ecc. E a quanti più commi e sottocommi si faceva appello, tanto più l’ingenuo militante ritornato dopo la sconfitta e il più attento simpatizzante, arretravano e non capivano più niente.

Alla fine, il ritiro della zingarettiana Piccione e l’annullamento delle primarie, hanno condotto alla proclamazione di Davide Faraone quale nuovo segretario regionale.

E il dibattito fra gli iscritti? Il confronto nei circoli? Quali erano le differenze fra i due programmi? In che cosa consistevano le diverse linee politiche? Quali sarebbero state le future alleanze con altre forze presenti all’Assemblea regionale?

Aldilà delle forti accuse reciproche e delle eccessive esemplificazioni tattiche, nessuna delle due fazioni ha potuto credibilmente rispondere a queste domande. Infatti, nessuno poteva sinceramente proclamarsi tenace e duro oppositore dei governi nazionali e regionali degli ultimi dieci anni (Monti, Letta Renzi, Gentiloni, a Roma; Lombardo e Crocetta in Sicilia). Nessuno è stato immune dal sottoscrivere accordi e stipulare compromessi. Tutti hanno commesso errori e sottovalutazioni. Tutti si sono barcamenati e hanno galleggiato nell’oscura e mefitica macchina regionale. Ogni singolo dirigente è responsabile dell’attuale situazione di paralisi e confusione in cui si trova il partito regionale.

E non è inutile ricordare che il PCI-PDS-DS-PD, da solo e con il proprio simbolo, non ha mai raggiunto nelle tre principali città dell’Isola una percentuale superiore al 6/7%; che la dirigenza politica regionale non ha quasi mai ricoperto importanti funzioni nazionali; che il Partito siciliano sin dal dopoguerra è sempre stato “sotto la sorveglianza” di Roma. E che l’unico punta di forza, il Partito, lo trova nelle provincie agricole produttive dell’Isola: Agrigento, Caltanissetta, Enna, Ragusa e Siracusa.

Una situazione critica, quindi, che viene da lontano. Un futuro che speriamo essere meno arrendevole e opaco del recente passato.

 

Giovanni Burgio

CAOS RIFIUTI A BORGO VECCHIO

Un marciapiede a Borgo Vecchio dopo la scomparsa dei cassonetti

 

 

 

 

 

 

 

Maredolce 17 dicembre 2018

 

 

FALSA PARTENZA PER LA RACCOLTA DIFFERENZIATA

 

La raccolta differenziata dei rifiuti a Borgo Vecchio è partita male. Anzi malissimo. Da un giorno all’altro, di punto in bianco, via i cassonetti e via il deposito serale. E dove si butta l’immondizia? Dove si mette il sacchetto sporco? Nessuno lo sa, nessuno è stato informato. Neanche un foglietto di carta appeso al portone, come quelli che lascia l’ENEL quando deve interrompere l’erogazione della luce.

Martedì 4 dicembre c’erano le ronde dei “legalisti” pronti a insultare e indicare “I palermitani” come incivili, retrogradi, sporchi e cattivi. Ma dove si butta il sacchetto? In quale contenitore? E come sarà ritirato?

A migliaia di famiglie non è stato detto niente: né le istruzioni su come differenziare i materiali, né i vari giorni del ritiro. Tantomeno è stato dato alcunché: non i bidoni per il condominio, non gli specifici sacchetti, non i piccoli contenitori domestici. Anche chi voleva fare la differenziata è rimasto sconvolto e disorientato.

Insomma, caos e disinformazione assoluti.

Chiedendo in giro si viene a sapere solo che la RAP darà le opportune informazioni, ed eventualmente distribuire i contenitori, nella Chiesa di S. Lucia o nei locali RAP di via Resuttana.

Risultato di questa terribile disorganizzazione è che la sera i cittadini depositano il proprio sacchetto dell’immondizia accanto al portone, cioè sul marciapiede. E il mattino dopo, o non c’è più nulla perché tutto è stato ritirato, o si trova una piccola montagna di rifiuti.

Ma anche nelle zone limitrofe il Borgo Vecchio dove già la raccolta differenziata si faceva da anni qualcosa è cambiato; in peggio. Bidoni di tutti i colori e destinazione sono sui marciapiedi, a tutte le ore e in tutti i giorni; alcuni pieni, altri vuoti. E sacchetti grandi e piccoli vengono ora lasciati all’aperto, sempre sui marciapiedi, esposti all’indignazione dei passanti.

Se questi sono i fatti, senz’altro si può affermare che la recente nomina alla presidenza della RAP di Giuseppe Norata non ha sortito alcun effetto. Anzi, ha deluso e creato sconforto. Se non si crea un legame, una comunicazione, fra utenti e municipalizzata, come ci si possono aspettare comportamenti adeguati e corretti? Se non si forniscono mezzi e strutture opportuni, come si può pretendere che faccia tutto il cittadino? Quest’ultimo, infatti, come deve differenziare i rifiuti? E quando metterli in strada per farli ritirare?

Abbiamo sempre difeso Orlando e il suo lavoro; e non c’è il minimo paragone con il decennio di centrodestra di Cammarata che, paradossalmente, proprio con l’allora AMIA andava a Dubai a insegnare agli altri come fare la raccolta differenziata. Ma il pressapochismo e l’arrangiarsi sembrano un costume amministrativo costante e pervicace. Precisione e serietà, qualità sconosciute e non praticate.

Speriamo che nei prossimi giorni ci siano informazioni e chiarimenti, distribuzione di materiali e buoni comportamenti. Altrimenti prevarranno disillusione e scetticismo, rassegnazione e pessimismo.

 

Giovanni Burgio

“TROPPA GRAZIA”

 

 

 

 

 

 

 

UN FILM “FANTASTICO”

 

È stata davvero geniale la trovata di Zanasi: utilizzare la Madonna per parlare di natura, per affrontare il cancro della corruzione. Ma anche per far affermare l’onestà e rappresentare la bellezza. La Madonna è un mezzo, un espediente, per arginare la speculazione e un devastante arricchimento. La Madonna, nel film “Troppa grazia” di Gianni Zanasi, è la nostra coscienza nascosta che vuole ribellarsi all’andazzo generale. La Madonna è la rivolta morale contro l’acquiescenza al malcostume dilagante.

Ma non è una pellicola “religiosa”, integralista, che vede nell’intervento divino la soluzione di ogni male. Né, al contrario, c’è irrisione della religione e facile ironia sulla fede. Nel film l’elemento soprannaturale serve solo per illuminare e salvare le contorte coscienze umane che troppo facilmente s’inchinano al denaro e accettano il comune agire.

Non si pretenda trama e racconto, perché il film è visionario e metaforico, onirico e totalmente poetico. Sin dalle prime immagini, infatti, il film è fantastico: sia come colori e contrasti, sia come creazione artificiale di eventi naturali (l’asteroide è davvero caduto? ci si chiede alla fine).

La Madonna è anche la presenza invisibile che salva la splendida campagna dell’Etruria da ruspe, camion e trivelle; da tecnici e amministratori che “innocentemente”, distruggendo, vogliono migliorare le condizioni di vita di un’intera comunità. E il film di Zanasi è, assieme a “Lazzaro felice”, un richiamo prepotente verso quell’Italia centrale tirrenica quasi mai raffigurata, che conserva splendidi paesaggi e ricchezze storico-artistiche spesso ignorati.

E da questo punto di vista, e addirittura tema centrale e perno essenziale del film, “Troppa grazia” di Gianni Zanasi è prepotentemente attuale: l’acqua che inonda Viterbo dopo i primi scavi nei campi agricoli, è la stessa acqua che distrugge uomini e cose se non si rispetta il territorio. È la ribellione della natura contro lo strapotere dell’uomo che si crede superiore e invincibile. È la forza magnifica dell’Universo contro il cieco avanzare del progresso.

Alba Rohrwacher è da Oscar. Spontaneità e compenetrazione sono talmente riuscite nella recitazione, che è difficile scindere l’attore dalla persona, la donna dal personaggio interpretato.

In conclusione come definire l’insieme della creazione di Zanasi e della performance della Rohrwacher? Credo non sia esagerato definirlo come pura poesia, soffio di autentico spiritualismo. Un inno alla madre terra e ai suoi tesori nascosti.

 

Giovanni Burgio

GLI SGOMBERI DELLE CASE OCCUPATE

Maredolce  18 dicembre 2018

 

 

“LEGALITÁ” O DIRITTI UMANI ?

 

“Come si può parlare di rispetto della “legalità” quando per applicarla si ledono diritti fondamentali della persona come il “diritto alla casa?”. Nino Rocca di ritorno dal congresso nazionale del SUNIA di Rimini, lancia l’allarme sull’importante questione nazionale degli sgomberi delle case occupate da chi non possiede un tetto sotto il quale vivere.

Da qualche mese Presidente del sindacato inquilini della CGIL di Palermo, Rocca conosce benissimo questo problema, essendo in lotta da oltre 15 anni affinché le case confiscate ai mafiosi siano destinate ai senzatetto. E anche perché, con Pietro Milazzo e Tony Pellicane, è stato il fondatore e l’anima del “Comitato 12 luglio di lotta per la casa”, la prima associazione che ha proposto l’uso sociale dei beni tolti alla mafia.

Professore di filosofia in pensione, membro del Centro Studi Impastato di Palermo, da sempre è stato vicino ai poveri e agli sfruttati (l’ultimo impegno è verso le minorenni nigeriane vittime della “tratta” schiavizzate dalla “Black Axe”).

Riportiamo sotto la sua riflessione sulla questione cruciale della “legalità” a proposito degli interventi del Ministero dell’Interno per sgomberare le case occupate.

 

Giovanni Burgio

 

 

LEGALITÀ E DIRITTI CIVILI: ALLA COSCIENZA LA RISPOSTA

 

Così disse Antigone di Creonte, re di Tebe, che le aveva proibito di seppellire il fratello: «Creonte non ha il diritto di separarmi dai miei […]. Non credevo che tu arrivassi con i tuoi divieti ad andare contro le leggi degli dei, leggi che non da oggi, non da ieri, vivono, ma sono eterne. Potevo io, per paura di un uomo, dell’arroganza di un uomo, potevo venire meno a queste leggi? […]. Io esisto per amare, non per odiare».  (“Antigone”, Sofocle)

 

 

La nostra società è malata, malata di schizofrenia. Quando nella vita sociale siamo interpellati a fare una scelta di coscienza tra legalità e diritti civili, allora vuol dire che qualcosa non funziona.

Da una parte proteggiamo senza esitazione i diritti civili. Dall’altra, con leggi inique o ambigue, erigiamo muri e neghiamo ai soggetti più deboli quei diritti che poco prima abbiamo affermato.

É quello che, ormai da tempo, succede anche nella nostra città, dove da una parte si proclama il rispetto del diritto alla casa, o comunque ad avere un tetto sopra la testa; ma al tempo stesso si condanna come abusivo chi occupa un edificio pubblico abbandonato da anni.

Aumentano così le persone senza casa e costrette a vivere per strada, cui è negato il diritto a poter vivere in un luogo sicuro. E come se non bastasse, queste persone vengono persino condannate se, infrangendo la legge, abbattono muri che gli permettono di trovare riparo in dimore di fortuna.

“Restiamo umani” diceva Vittorio Arrigoni prima di essere ucciso a Gaza. E’ questo l’appello che oggi dobbiamo rivolgere a tutti coloro che obbediscono prima alla legge che alla coscienza.

Quando in una società la legalità è incompatibile con i diritti civili, inavvertitamente si scivola su un piano inclinato che porta alla violazione dei diritti umani.

É quello che succede quando le nazioni alzano muri a chi fugge dalle guerre, dalle persecuzioni, dalla povertà, dalla fame.

É quello che succede in Israele col muro di Gaza, che impedisce la libera circolazione dei palestinesi nella loro stessa terra.

É quello che è successo durante il fascismo con le leggi razziali contro gli ebrei.

É quello che succede tutte le volte che si erigono muri e si condannano all’emarginazione e all’esclusione sociale i soggetti più fragili e deboli.

Possiamo tacitamente accettare una legalità incompatibile con i diritti civili? Che cosa diremo quando vi sarà l’ennesima vittima del freddo, morta di povertà, in mezzo alla strada? Se ancora rimarrà un po’ di umanità nel nostro cuore, forse ci rattristeremo e mediteremo su quest’ennesima infelice vita spentasi in una società senza pietà.

È l’ora di comprendere che non vi è soltanto la morte fisica. Prima ancora c’è la morte sociale, dovuta all’esclusione; e la morte psicologica, di che non ce la fa più a contrastare le avversità della vita e l’indifferenza di un mondo per il quale si è soltanto ombre nella notte, fantasmi, invisibili uomini già morti, poveri zombie.

Restiamo umani.

Nino Rocca

Presidente del SUNIA