TRA COSA NOSTRA E NIGERIANI UN’UTILE COLLABORAZIONE

8 luglio 2021

Le ultime rivelazioni di tre pentiti sulla droga a Ballarò

Sui tormentosi quesiti che continuamente vengono posti e che chiedono se Cosa Nostra palermitana controlla, o invece tollera, o addirittura è stata scavalcata dai clan nigeriani a Ballarò, intervengono le dichiarazioni di tre pentiti.

Emanuele Cecala, Francesco Lombardo e Alfredo Geraci concordano sull’episodio – chiave che può fare luce sui rapporti fra i “cult” nigeriani e le famiglie mafiose. Nel carcere di Pagliarelli, dopo un fallo di gioco durante una partita di calcio, il palermitano Antonio Serenella dà due schiaffi al nigeriano Aifè. Il rischio di una violenta controrisposta è grosso, e allora interviene Paolo Lo Iacono, uomo della famiglia mafiosa di Palermo Centro: “I nigeriani non si devono toccare. Anzi si devono tutelare”. Serenella viene quindi rimproverato e costretto a chiedere scusa ai nigeriani, che non si vendicano.

Ma perché i “cult” africani devono essere lasciati in pace? Perché si devono lasciare fare? Perché Gino Di Salvo, boss di Bagheria, arriva perfino a dire che “se c’era bisogno si dovevano aiutare queste persone, mettersi a disposizione, fargli la spesa, ecc.”?

Perché – dicono i pentiti – loro, i nigeriani, fanno il lavoro sporco, cioè il traffico di eroina che riguarda le fasce basse, le più turbolente dei consumatori. La cocaina, invece, che viene smerciata nei quartieri alti della società, è sotto il controllo di Cosa Nostra palermitana.

Queste testimonianze, raccolte negli ultimi mesi dal pubblico ministero Gaspare Spedale e dal sostituto procuratore generale Carlo Marzella, confluiscono nel processo d’appello che in primo grado, nel novembre 2019, aveva visto cadere per i nigeriani le ipotesi di associazione mafiosa. Accusa che però aveva retto nello stesso processo celebrato con il rito abbreviato e finito con 14 condanne.

Gli avvocati difensori dei nigeriani rispondono a queste nuove rivelazioni affermando che la Corte di assise ha già assolto gli imputati perché non è stata provata l’appartenenza alla Black Axe, e che, inoltre, a questa organizzazione non sono state riconosciute le caratteristiche di associazione mafiosa. La Procura, però, dopo queste ultime testimonianze è convinta che questa particolare tipologia può essere applicata, così come ha retto in altri procedimenti giudiziari.[1]

Aldilà del dilemma giuridico, rimane il fatto incontestabile che Ballarò ormai da anni è egemonizzato dai nigeriani, ed è uno dei mercati più fiorenti dello spaccio del crack, la nuova e micidiale sostanza chimica consumata dai più giovani.

Giovanni Burgio


[1] Le notizie riportate sono state pubblicate da LiveSicilia.it il 27 e 29 giugno 2021.

SEQUESTRI E CONFISCHE AI MAFIOSI

A marzo e aprile sotto tutela dello Stato 32 milioni e 400mila euro

di Giovanni Burgio

28 giugno 2021

La Sicilia orientale guida la classifica dei beni sequestrati e confiscati ai mafiosi. Nelle provincie di Catania e Messina, infatti, si concentrano ben 22 milioni di euro sul totale di 32,400 di tutta la Sicilia. Segue la provincia di Trapani e, nettamente distaccata, quella di Palermo.

Ancora una volta sono le attività legate alle scommesse, ai giochi online, alle bische clandestine e alla distribuzione di videopoker la maggior fonte di ricchezza della criminalità organizzata. Ma anche i settori dei trasporti e della commercializzazione dei prodotti petroliferi sono particolarmente redditizi.

Colpisce pure come l’onda lunga del Maxiprocesso con le sue condanne definitive continui ad assestare profonde ferite al potere della Cosa Nostra storica, quella della Sicilia occidentale, in particolare quella del palermitano. Le famiglie di Brancaccio – Corso dei Mille e Villagrazia – Santa Maria di Gesù a Palermo e quella di Corleone si vedono infatti private di alcune ricchezze appartenenti ai loro aderenti.

Una divisione di ruoli, quella della mafia siciliana, che vede concentrati l’affarismo e l’attivismo economico nella parte orientale dell’Isola, e a Palermo e dintorni il suo centro di potere reale.

CONFISCA AL MONOPOLISTA DEI VIDEOPOKER

24 marzo 2021

Domenico La Valle, 61 anni, aveva già a Messina il monopolio nel settore del gioco e delle scommesse illegali. Ma quando i capi della famiglia mafiosa dei Trovato del rione Mangialupi sono andati in carcere, ha assunto anche la direzione del clan di cui era stato punto di riferimento.

Oltre alla gestione di bische clandestine e distribuzione di videopoker, La Valle ha imposto con metodi violenti le sue apparecchiature ai commercianti della zona, garantendo in cambio “la protezione” del clan.

Nell’operazione “Last Bet” gli sono stati confiscati 6 aziende di noleggio di videopoker e di produzione dolciaria, 19 immobili, svariati conti correnti, due auto e un gomone. Valore: oltre 10 milioni.

UN EX POLITICO TRA BOSS E GIOCHI ONLINE

26 marzo 2021

L’operazione “Mafiabet” del 2019 aveva accertato che l’ascesa imprenditoriale di Calogero John Luppino nel mondo delle scommesse e dei giochi online sarebbe stata favorita dai mandamenti mafiosi di Castelvetrano e Mazara del Vallo. Anche alcuni familiari di Matteo Messina Denaro avrebbero sovvenzionato l’affare.

Si è arrivati, quindi, al sequestro da sei milioni di euro che comprende 10 società, 6 terreni, 14 rapporti bancari, titoli di credito, lingotti d’oro.

L’ex consigliere comunale di Mazara del Vallo, grazie all’appoggio dei clan, avrebbe imposto le proprie macchinette ai vari esercizi commerciali, che in cambio però avrebbero ottenuto “la protezione” dai malintenzionati.

CONFISCA AL POSTINO DI PROVENZANO

3 aprile 2021

L’intero sodalizio mafioso aveva così tanta fiducia in lui da affidargli la gestione della latitanza di Bernardo Provenzano. E perdipiù, sarebbe stato uno dei “postini” del boss avendo curato di far arrivare a destinazione i suoi famosi “pizzini”.

Condannato nel 2007 a 8 anni, Calogero Giuseppe Lo Bue, 75 anni, fratello di Rosario Salvatore capo mandamento di Corleone, era inserito in Cosa Nostra sin dagli anni ’80. Come prosecuzione delle indagini delle operazioni “Patria”, “All Stars”, “Grande Passo”, gli sono stati confiscati beni per un milione e mezzo di euro: un’abitazione e un magazzino a Corleone, cinque appezzamenti di terreno a Monreale, 23 terreni intestati al genero ma riconducibili a lui.

BOSS E AGENZIE FUNEBRI

15 aprile 2021

Luigi Scimò non è uno qualsiasi in Corso dei Mille a Palermo. Quando nel 2014 fu scarcerato, Pietro Tagliavia gli affidò un uomo a sua completa disposizione. E nel 2015 c’era Scimò ad una riunione fra i boss di Brancaccio e quelli di Bagheria per risolvere alcune questioni di confine fra i due mandamenti.

Ma è il fuoco appiccato alle due macchine della moglie il 4 maggio 2016 che fa comprendere il ruolo di Scimò nello storico quartiere mafioso di Brancaccio – Corso dei Mille. Pietro Di Marzo, genero di Scimò, subito si attiva e ottiene i filmati dell’incendio. Individuato il colpevole in Vincenzo Machì, dieci giorni dopo l’attentato c’è un’importantissima riunione a cui partecipano oltre a Scimò, Filippo Bisconti boss di Belmonte Mezzagno, oggi pentito, e Giovanni Sirchia uomo d’onore della famiglia di Boccadifalco-Passo di Rigano. Insomma, l’oltraggio a Scimò andava discusso ad alto livello.

A Scimò e Di Marzo sono stati sequestrati un’agenzia funebre a Palermo, il 50% di un’altra agenzia funebre a Bagheria, due macchine di grossa cilindrata; valore 600mila euro.

Luigi Scimò è accusato di traffico illecito di tabacchi, stupefacenti, distribuzione di mini slot. Pietro Di Marzo di avere svolto con i clan calabresi il traffico di stupefacenti.

SEQUESTRO A MARSALA

16 aprile 2021

A Michele Lombardo sono stati sequestrati 500mila euro di beni.

Nel 2018 Lombardo è stato condannato a 8 anni e 20 giorni di carcere per avere fatto parte della famiglia mafiosa di Marsala, mandamento di Mazara del Vallo. Il Lombardo, oltre a mantenere i rapporti con gli altri mandamenti, si occupava del sostegno economico agli affiliati del clan.

Dalle indagini era emerso che la famiglia di Marsala, guidata da Vito Vincenzo Rallo, avrebbe eseguito le direttive di Matteo Messina Denaro.

ANCORA RISULTATI DAL MAXIPROCESSO

16 aprile 2021

Mario Marchese, boss del mandamento di Villagrazia – Santa Maria di Gesù condannato al Maxiprocesso, era tornato a ricoprire posizioni di comando nel 2016.

Deceduto, ai suoi eredi sono stati sequestrati beni per un milione di euro frutto delle sue attività illecite: due abitazioni in villa, un distributore di benzina, beni aziendali di cui fanno parte quattro rapporti bancari.

Giuseppe Scarvaglieri, il boss in ascesa ad Adrano.

SEQUESTRO A SCARVAGLIERI DA 12 MILIONI

16 aprile 2021

A Giuseppe Scarvaglieri, boss del clan Scalisi di Adrano collegato alla famiglia catanese dei Laudani, sono stati sequestrati beni per 12 milioni di euro.

E’ il seguito dell’operazione “Follow the money” del 10 febbraio scorso (https://www.maredolce.com/2021/03/02/un-mese-di-successi-delle-forze-dellordine-nella-lotta-alla-mafia-in-sicilia/). Scarvaglieri si serviva di suo nipote Salvatore Calcagno e degli imprenditori Siverino, padre e figlio, per gestire i suoi affari che poi venivano formalmente intestati a giovanissimi, poco più che ventenni, prestanome.

Quote societarie e beni aziendali nel settore dei trasporti e della commercializzazione dei prodotti petroliferi sono stati sottoposti a sequestro a Catania, Roma, Milano, Novara, Udine, Varese, Verona e a Sofia in Bulgaria.

CONFISCATI 800 MILA EURO A UN CATANESE

22 aprile 2021

Già nel dicembre 2018 a Carmelo Di Domenico, esponente della criminalità catanese, erano stati sequestrati alcuni beni. Ora vengono definitivamente acquisiti al patrimonio dello Stato.

Si tratta di due unità abitative, due fabbricati, quote di un altro immobile, un’attività di ristorazione, rapporti finanziari e beni mobili. Valore di circa 800mila euro.

Di Domenico avrebbe rifornito di stupefacenti il gruppo della Borgata, clan malavitoso di Siracusa.

                                                                                              

COPPERMAN – UNA FAVOLA AMARA

Maredolce  13.3.2019

 

Ancora una felice sorpresa dal cinema italiano

Antonia Truppo

 

 

Il cinema italiano si sta rivelando una continua sorpresa. Negli ultimi mesi ci sono stati tre capolavori usciti dalle menti e dall’arte di altrettanti giovani registi e dei loro ingegnosi collaboratori: Lazzaro Felice, Troppa grazia, Il primo Re. Tre film che hanno visto, anche, tanti attori e attrici esibirsi in perfomances eccezionali; una nuova scuola di recitazione, fresca, originale, spontanea, al di fuori dei soliti e logori circuiti spettacolari e mediatici, che ci deve riempire d’orgoglio e ci lascia ben sperare sul futuro della nostra industria cinematografica.

Tutti e tre i film, inoltre, sono stati girati e ambientati interamente nell’Italia Centrale, tra il Lazio, la Toscana, l’Umbria e le Marche. Una scoperta anche questa eccezionale.  Monti, colline, campagne, li abbiamo potuto ammirare nella loro infinita bellezza. Piccoli centri, vicoli, stradine, monumenti storici, ci rievocano antichi splendori e ci fanno apprezzare rari gioielli.

A conferma di quanto appena detto, in questi giorni nelle sale l’ultima sorpresa ci viene da un’altra opera particolare e fantasiosa, Copperman, ovvero L’uomo di rame. In questo film ci troviamo di fronte a una favola gentile ma dura, a un racconto vivo e pieno di colori ma triste. In realtà, dietro una storia apparentemente semplice si nasconde la brutalità della vita di ogni giorno.

Copperman si avvicina molto, come impostazione ed estro fantasioso, a Lo chiamavano Jeeg Robot, con la differenza, però, che qui l’ambiente è una piccola realtà di provincia e la visione favolistica è predominante.

Un bambino ritenuto un po’ “ritardato”, ma invece sensibile e generoso, divenuto grande cerca di salvare il mondo, travestendosi da supereroe e cacciando via ladri e rapinatori, salvando le vittime della prepotenza umana. Ma cattiveria e sopraffazione non sono trattati come fenomeni sociologici frutto dell’abbrutita società di oggi, non sono considerati come fatti esterni e lontani, bensì stanno celati e annidati nel piccolo mondo della propria famiglia e degli amici più vicini.

Luca Argentero

Anselmo, un Luca Argentero bravissimo nei panni dell’ingenuo e candido giovane eroe, scopre così che sia suo padre, sia il padre della compagna amata, sono la fonte del male, l’origine lontana della sofferenza, che però continua ancora oggi, perpetuandosi nel tempo. Fino a che, non la sua infinita bontà, non la sua rudimentale e innocua armatura di rame, ma una consapevole e decisa reazione concreta, un colpo di pistola, ferma il violento e brutale assassino.

Anche questo lungometraggio è incorniciato nei luoghi di un’Umbria meravigliosa. E a una fotografia e a una costruzione degli ambienti, coloriti, vivaci, favolistici, che ricordano tanto Il favoloso mondo di Amélie, si alternano, immediatamente e improvvisamente, flash back, immagini, suoni, d’impronta drammatica, tremenda e spaventosa. Un’attenzione, quindi, ai particolari e al montaggio veramente lodevole, unica e pienamente riuscita.

Un quesito ci piacerebbe porre al regista Eros Puglielli: “Ha deliberatamente truccato in modo simile il volto e i capelli delle due principali attrici, le splendide Galatea Ranzi e Antonia Truppo? Se la risposta fosse affermativa, un’interessante luce psicoanalitica illuminerebbe l’identità della madre e della fidanzata del giovane eroe Anselmo.

Un ringraziamento particolare, infine, dobbiamo rivolgere al gestore dei cinema Lux e Colosseum che, oltre ad avere abbassato i prezzi già da molto tempo, ripresenta, alcuni giorni dopo la programmazione di prima visione, film di qualità nella sala di periferia Colosseum, cioè l’ex Lubitsch. Si permette così, a chi non è riuscito a vedere opere pregevoli, di recuperarne la visione. Operazione meritoria di non poco conto in un’epoca in cui anche i film corrono e vanno veloci, rimanendo troppo poco tempo a disposizione degli spettatori nelle sale cinematografiche.

 

Giovanni Burgio

SACRO O PROFANO? I FONDAMENTI DELLE SOCIETA’

Maredolce  8.2.2019

 

DOPO AVER VISTO “IL PRIMO RE”

 

Che cosa rende un popolo coeso? Su cosa si fondano le società? Perché una civiltà si espande e diventa egemone?

Il maggior pregio del film di Matteo Rovere “Il primo re” è di porre questi quesiti e suscitare alcune riflessioni. L’origine di Roma diventa così il paradigma della nascita di un aggregato umano.

Remo incarna la forza dell’uomo che s’impone con le armi, il coraggio, il comando. E’ dalla sua ribellione al potere di Alba, infatti, che nascerà uno dei più grandi imperi mondiali. Remo rappresenta così la pura materialità su cui si basa il potere terreno.

Romolo, invece, crede nel fuoco sacro, negli dei e nelle predizioni di Sacerdoti e Vestali. Sottostà al volere divino ed esegue i suoi ordini.

Nel film, il tema centrale è proprio lo scontro fra queste due antitetiche visioni della vita. Bisogna andare avanti nella foresta temendo le ombre nascoste, le oscure presenze e i divieti divini? O invece occorre procedere innanzi verso la salvezza e in direzione della luce, sfidando superstizioni e paure, uniti e convinti che combattendo si vincerà? Oggi potremmo dire: deve prevalere l’ispirazione religiosa o il pensiero laico?

Il film, senza dubbio, eccede nell’azione e nell’atmosfera cupa delle immagini (lotte e combattimenti sono predominanti e il buio è la scelta fatta dal regista più che un effetto della fotografia di Daniele Ciprì). E Hollywood, ahimè, viene tanto imitata negli effetti speciali, nella spettacolarità, nel sonoro.

Caratteristica specifica del film è, invece, il linguaggio utilizzato. Dall’inizio alla fine ci sono i sottotitoli, perché tutta la recitazione è in protolatino, una lingua originale ancora più antica di quella arcaica, in cui sono inseriti elementi linguistici indo-europei. Una ricostruzione meticolosa in cui ci si è valsi della collaborazione di alcuni ricercatori dell’Università “La Sapienza”.

Belle, affascinanti e accurate sono le prime scene dove vengono celebrati i riti religiosi e magici in cui credono le popolazioni autoctone del Lazio, regione dove è stato girato tutto il film. E a questo proposito è bene notare che la produzione è quasi interamente italiana.

Particolarissima è l’interpretazione di Tania Garribba, la magra e scarna vestale che con il volto inciso dai sacri segni rappresenta l’immagine vivente del mondo dell’aldilà. La sua figura riassume e sintetizza la totale narrazione del film: può la società umana affidarsi ciecamente al messaggio divino? Dobbiamo credere a ciò che ci dicono predicatori, sacerdoti, veggenti, intermediari fra noi umani e gli spiriti immateriali?

Oggi, infine, nell’era dei Trump, dei chiusi e rigidi nazionalismi, delle sacro-arcaiche destre europee, della Lega Italiana che si richiama alle antiche origini cristiane, si sta forse facendo un passo indietro verso una concezione spiritualista e integralista del potere?

Nulla hanno prodotto, quindi, ribellioni e rivoluzioni popolari che hanno deposto monarchi e tiranni? Le tante riforme laiche e libertarie ottenute con fatica e passione, stanno per essere cancellate da un ritorno al passato pericoloso e oscurantista?

Giovanni Burgio

UNA “PARANZA” DI TROPPO

Maredolce 1.3.2019

 

La Camorra inflazionata al cinema e in TV

 

 

E’ una replica, mal riuscita e di minor valore, della serie televisiva “Gomorra”. E’ un racconto, visto e rivisto, che non ha un briciolo di originalità. Adotta un linguaggio cinematografico, camera ossessivamente “a spalla”, dialetto e sottotitoli, interpretazione non professionistica, ormai presente in troppi film e quindi non più innovativi. “La paranza dei bambini” è stata, purtroppo, una profonda delusione.

Peccato, perché il regista, Claudio Giovannesi, ci aveva stupito nel 2016 con “Fiore”, un film di vita quotidiana, che aveva i pregi di essere realista, molto poetico, toccante ed emozionante.

La storia di Napoli in mano alla Camorra la sappiamo; le bande di giovanissimi ragazzi che scippano, rubano e sparano indisturbati per la città le conosciamo; lo spaccio libero, illegale e capillare in tutti i quartieri è risaputo. Perché allora presentare sempre le stesse scene? Che notizie ci fornisce in più la visione di questo film? Questo tema è già abbondantemente inflazionato e il soggetto ampiamente sfruttato.

E se è possibile che al di là dei nostri confini nazionali, queste realtà possono ancora essere poco note e ancora sorprendenti, come dimostra l’Orso d’Argento alla sceneggiatura ottenuto a Berlino, a noi, qui, in Italia, da decenni impegnati a lottare quotidianamente Cosa Nostra, Camorra, ’Ndrangheta, Sacra Corona Unita, cosa ci può dire di nuovo questa pellicola?

L’operazione “Libro di Saviano-produzione del film- sceneggiatura del giornalista” probabilmente ha avuto come obiettivi la commerciabilità del prodotto, il facile successo, l’incasso al botteghino. E d’altronde, ingenuamente, c’eravamo illusi che questo personaggio mediatico diventato ormai un’icona da venerare per le sue declamazioni televisive, poteva essere oscurato dalle precedenti ottime performances di Claudio Giovannesi. E se quindi ci si aspettava qualcosa di particolare, di originale, di artistico, si è rimasti tristemente sconsolati.

Nulla di paragonabile a “Gomorra” di Matteo Garrone. La differenza è abissale, la distanza immensa. Il confronto è tra un’opera d’arte unica e ben riuscita, e un quadro di maniera, dipinto artificialmente per compiacere pubblico e certi settori dello spettacolo.

E comunque, alla fine, rimane il quesito principale: “Perché si è voluto replicare quello che già in televisione si era visto con la serie “Gomorra” di cui Giovannesi è stato uno dei registi? Perché fare questo film, sua brutta copia conforme? Che bisogno c’era di rifare le scorribande dei motorini che dettano legge nelle strade e nei quartieri di Napoli?”. Con l’aggravante che in questo film proiettato nelle sale cinematografiche non troviamo né la bravura né la spontaneità dei tanti giovani attori esordienti degli episodi televisivi.

Insomma, una visione che si può senz’altro evitare.

 

Giovanni Burgio

L’IMPOSSIBILE ALLEANZA PD-M5S

Maredolce 24.1.19

 

UN INCONTRO A PALERMO

Il senatore Steni Di Piazza

steni di piazza

Il senatore Steni Di Piazza

 

 

 

Profonda delusione e grande sconforto. In queste ultime settimane lo scontro continuo fra Lega e Cinquestelle sulle diverse scelte di fondamentali problemi di medio-lungo termine, aveva fatto maturare la convinzione che in un futuro ravvicinato, M5S e PD si sarebbero potuti alleare o, in qualche modo, sarebbero stati costretti a stare assieme.

Invece sabato 5 gennaio, dopo l’incontro nei locali dell’Associazione “Casa dell’equità e della bellezza” di Palermo con il senatore Steni Di Piazza e il deputato Giorgio Trizzino del Movimento Cinquestelle, queste speranze sono presto naufragate ed è subentrata una cupa rassegnazione.

La platea era suddivisa a metà fra i sostenitori dei Cinquestelle e i critici verso questa formazione politica. Una trentina di attenti ascoltatori delle risposte che si attendevano dai due rappresentanti politici.

La prima domanda ha riguardato il delicato tema della democrazia interna al Movimento. La replica dei due politici ha descritto una forte gerarchia nelle decisioni e, considerata la variegata, giovane e multiforme natura del Movimento Cinquestelle “che non si deve mai chiamare partito”, una necessaria obbedienza verso regole rigide e ferree.

Il deputato Giorgio Trizzino

Poi si sono sentiti alcuni dei soliti ritornelli sempre ripetuti dai Cinquestelle: i mezzi di comunicazione sono tutti asserviti ai “Poteri forti” e massicciamente schierati contro il Movimento; i giornalisti invece di cercare le notizie vanno solo a caccia di prove per accusare i Cinquestelle; le interviste sono continuamente travisate e manipolate; ecc. ecc. E il governo, come risposta a questa concentrazione di fuoco, presto approverà un progetto di legge che taglierà i fondi all’editoria, “Così Radio Radicale non avrà più un euro”.

Chi scrive si è subito ricordato come prima delle elezioni del 4 marzo 2018, Urbano Cairo con La7 e il Corriere della Sera, Berlusconi con Rete 4, Marco Travaglio con il Fatto Quotidiano, L’arena di Massimo Giletti su Rai Uno, insieme a tanti altri giornali e televisioni, hanno spianato la strada verso Palazzo Chigi a Di Maio e Di Battista. E anche adesso, quotidiani e opinionisti da sempre di centrodestra difendono abbastanza chiaramente i provvedimenti governativi (La Verità di Belpietro, Mario Giordano di Mediaset, Franco Bechis di Libero).

Domande e risposte si sono susseguite ed è impossibile fare il resoconto di quasi due ore di discussione. Ma una cosa ha colpito profondamente chi aveva speranze in un dialogo M5S-PD: il continuo rancore e le solite accuse contro il PD. Ritenuto, questo partito, colpevole di tutto e bersaglio preferito delle critiche: “Il PD non è di sinistra, il PD ha trascurato i poveri e deboli, Renzi ha tutelato le banche, il PD è stato troppo accogliente verso gli immigrati, ecc. ecc.”.

Notevole è stato anche sentire ripetere continuamente dai due uomini politici che la novità positiva della vita politica italiana è di aver stipulato un “Contratto”, un “Contratto di governo”, e che il rapporto fra Lega e Cinquestelle è tra “contrattisti”. Come se non si volesse pronunciare la parola “alleanza” e non si volesse ammettere che c’è un accordo politico. Come negare che il programma di governo è comune e condiviso, e ci si vergognasse, in sostanza, del solido e duraturo patto con la Lega, l’altra forza politica con la quale si è formato l’esecutivo che da sette mesi governa l’Italia.

L’incontro tra PD e M5S dopo le elezioni del 2013.

In definitiva, una terminologia che volutamente nega “La politica”, un infingimento che cerca di occultare un’alleanza squisitamente politica, che è la conferma della visione profondamente “antipolitica” del Movimento Cinquestelle. Quindi, al momento, è impossibile ipotizzare una qualche forma di collaborazione con il PD, erede dell’antica tradizione dei partiti politici, sostenitore di chiare alleanze politiche, fautore di specifiche convergenze programmatiche.

E dire che prima dell’incontro, lo scambio d’idee con alcuni sostenitori dei Cinquestelle, faceva intendere che proprio Steni Di Piazza era stato uno di quelli che si era speso molto nel dialogo con il PD subito dopo le elezioni (e il passato politico di quest’uomo, d’altronde, coincideva con questa informazione). Alla fine della serata, invece, abbiamo fatto notare agli interlocutori che l’acredine e l’astio contro il Partito Democratico manifestati durante l’intero incontro, difficilmente potranno in futuro far costruire una pur minima alleanza politica.

Quindi, a chi di continuo, ancora oggi, prospetta l’ipotesi di un dialogo PD-M5S, si può rispondere, ahimè tristemente, che questa prospettiva sembra allontanarsi nel tempo. Tuttalpiù potrà essere proponibile quando il M5S sarà molto ridimensionato elettoralmente e la sua classe dirigente completamente cambiata.

 

Giovanni Burgio

 

UN ROMANZO STORICO-PASSIONALE

8.1.2019

 

APPUNTI DI UNA GIOVANE ANIMA

ALEXANDRA TOMASI DI LAMPEDUSA

 

 

 

 

Una grande storia. Un bellissimo romanzo. “Appunti di una giovane anima” di Gabriele Bonafede è un romanzo storico dove ci sono le persone, ma anche i fatti fondamentali del secolo scorso. La Russia zarista e la rivoluzione bolscevica; la prima guerra mondiale, il nazismo e la seconda guerra mondiale.

Ma ci sono anche la Sicilia e Palermo. E le due aristocrazie nordeuropea e sudeuropea che s’incontrano, e vedono il loro mondo dorato del passato cadere e tramontare per sempre.

E poi i sentimenti, le passioni e la psiche degli uomini e delle donne. Il sorgere della psicoanalisi illumina gli orrori delle dittature; e dalle gelide foreste della Lettonia si trasferisce nelle calde campagne siciliane; grazie a una donna. Che, dopo tormenti e vicissitudini, si accompagnerà a un grande siciliano: l’autore del “Gattopardo”.

Ma chi osserva e narra tutto questo? Chi aleggia, chi sta accanto a tragedie e gioie? Chi scrive di un secolo di Europa? Solo leggendo il libro si scoprirà il mistero.

 

Giovanni Burgio

DA VEDERE E DISCUTERE IL FILM DI MARTONE

“CAPRI-REVOLUTION”

 

Marianna Fontana nel ballo “sfuocato” sulla spiaggia.

 

 

“Capri-Revolution” è da vedere. E non perché sia imperdibile o un capolavoro, ma perché va dibattuto: cioè osservato, pensato, decodificato.

Il film di Mario Martone narra delle vicende di una “Comune” di nordeuropei che nell’Isola campana, all’inizio del novecento, sperimenta uno stile di vita mistico, vegetariano, nudista, completamente alternativo quindi agli usi e costumi dell’epoca (un fatto realmente accaduto su iniziativa del pittore Karl Diefenbach). Una giovane ragazza irrequieta, pascolando le capre, osserva queste persone, e ne è attratta. Lascia così la sua povera famiglia e inizia a praticare il nuovo modo di vivere.

Intanto bravissima è Marianna Fontana con quegli occhi piccoli e neri, arrabbiati e ribelli. Una lotta impari contro i fratelli maschilisti, il perbenismo dei paesani, un conformismo oppressivo. Mascelle squadrate e corpo minuscolo sprigionano tutto il malessere e la rivolta che le covano dentro. Uno spirito libero, che non soltanto riesce a essere contro gli arretrati usi locali, ma critico anche verso le pratiche controcorrente della Comune.

Reinout Scholten van Aschat interpreta il pittore Karl Diefenbach.

 

C’è poi una sicura maestria dei nuovi mezzi tecnologici che offre scene immaginarie toccanti e profondi (il lievitare della giovane donna sul mare dell’Isola e il ballo “sfuocatissimo” di quest’ultima nella spiaggia). E in tutto il film si fa notare anche una musica di sottofondo che colpisce per la sua contemporaneità in contrasto con l’ambientazione d’inizio ‘900.

Ma dopo questi punti a favore della regia e dell’interpretazione, emergono il tema centrale e il dubbio principale. L’autore del film sta dalla parte della “Comune” spiritualista e naturista, o è d’accordo invece con il giovane medico arrivato a Capri che crede nel rigore della scienza e nella concretezza del materialismo?

Se dovessimo giudicare in base al tempo dedicato all’una e all’altra delle due diverse impostazioni di vita, la prima sarebbe quella senz’altro scelta dal regista. E questa poi è, secondo noi, la sensazione che lascia la visione del film.

E qui si pone il secondo problema. Oggi, nel momento in cui si mettono radicalmente in discussione tutte le certezze scientifiche raggiunte in decenni e decenni di studi e ricerche, è opportuno accarezzare “Il negazionismo” che ha invece fede nella natura primitiva, nell’energia nascosta, nella grandezza dello spirito?

I due protagonisti del film.

 

Martone poi anche in questo film mischia passato e presente, storia e attualità. E questo, forse, è un punto debole delle sue opere. Come si possono giudicare gli eventi di ieri con gli occhi di oggi? Come si possono ignorare interi secoli di vicissitudini, lotte, sconvolgimenti, riforme e progressi? Non c’è forse un’eccessiva invasione del pensiero odierno sugli avvenimenti di un passato remoto?

Infine: è sicuro che il giudizio oggi di moda sia quello giusto? Siamo certi che il pensiero ora dominante sia la chiave di lettura per interpretare i fatti del passato?

Giovanni Burgio

LA BATTAGLIA NEL PD SICILIANO ANTICIPA LA LOTTA NAZIONALE

Il nuovo segretario del PD siciliano Davide Faraone

 

 

 

 

 

Maredolce 24.12.2018

 

FARAONE NUOVO SEGRETARIO REGIONALE DEL PD

 

Adesso il quadro è chiaro e la risposta pronta. A chi mi chiede “Cosa è successo nel PD siciliano?”, so cosa rispondere. Pura lotta di potere, esasperata ricerca del potere. Voglia indiscussa di tenere ben salde le mani sul volante della macchina. E infatti la posta in gioco era “Chi dirigerà il Partito nel futuro? Chi guiderà questo Partito di centrosinistra?”. Quello che accaduto in queste ultime settimane in Sicilia non è altro che questo.

E non c’è un implicito giudizio negativo in questa risposta, anzi. Qualsiasi studente di Scienze Politiche dei primi anni di università sa che la “Politica” è la scienza del potere; che la Politica è l’arte del potere; che la Politica è la più importante delle attività umane. E in un’epoca in cui alla Politica si associano i peggiori aggettivi, bisogna ricordare e riaffermare il significato di questa parola.

Quindi quello che è successo nell’Isola all’interno del PD, non è altro che inveramento della “Politica”. E perdipiù, e come al solito, quello che avviene in Sicilia, non solo precede e anticipa quello che accadrà in campo nazionale, ma assume quel carattere di radicalità e visceralità tipico del nostro modo di essere, e mette a nudo la vera essenza dei problemi. Il principale dei quali, al momento per il PD, sembra essere il seguente: se la linea politica di Renzi e il suo modo di concepire il Partito continueranno a resistere dopo il congresso, allora non sarà necessaria la nascita di una nuova formazione politica guidata dall’ex premier. Se invece Zingaretti sarà eletto segretario, il Partito di Renzi verrà inevitabilmente alla luce.

Questo nodo essenziale è stato al centro dello scontro congressuale siciliano, e che qui, nell’Isola, ha mostrato la sua esemplificazione elementare.

Inizialmente è sembrata profilarsi l’elezione di Giuseppe Bruno o Gandolfo Librizzi a garanzia di una segreteria “unitaria”, che avrebbe cioè visto le due componenti contrapposte, “renziani” e “antirenziani”, rinunciare a un proprio candidato di parte. Ipotesi accettata, o comunque non palesemente osteggiata, da Faraone e compagni. Improvvisamente, però, la candidatura alla segreteria dello stesso Faraone ha sorpreso tutti e determinato un’inversione di 360 gradi delle varie posizioni. E il tavolo si è rovesciato, e tutto è saltato per aria. Ma si è anche chiarito definitivamente quali fossero i due schieramenti in campo.

Da una parte, i “renziani” Doc più i “Partigiani Dem”. Dall’altra, tutti gli avversari di Renzi: gli “zingarettiani” Lupo, Cracolici, Crisafulli, Speziale, ecc., i “richettiani”, gli “orlandiani”, e vari altri gruppi. Antirenziani che hanno avanzato la candidatura di Teresa Piccione.

Istituto Gramsci – La riunione degli zingarettiani del 17 dicembre con Teresa Piccione

E così i contendenti si sono fronteggiati aspramente e duramente, con tutti i mezzi e le armi a disposizione: rinvii dei congressi provinciali, autoconvocazioni, ricorsi, controricorsi, norme statutarie, norme regolamentari, commissioni regionali, commissioni nazionali, comitati di garanzia, comitati di controllo, ecc. ecc. E a quanti più commi e sottocommi si faceva appello, tanto più l’ingenuo militante ritornato dopo la sconfitta e il più attento simpatizzante, arretravano e non capivano più niente.

Alla fine, il ritiro della zingarettiana Piccione e l’annullamento delle primarie, hanno condotto alla proclamazione di Davide Faraone quale nuovo segretario regionale.

E il dibattito fra gli iscritti? Il confronto nei circoli? Quali erano le differenze fra i due programmi? In che cosa consistevano le diverse linee politiche? Quali sarebbero state le future alleanze con altre forze presenti all’Assemblea regionale?

Aldilà delle forti accuse reciproche e delle eccessive esemplificazioni tattiche, nessuna delle due fazioni ha potuto credibilmente rispondere a queste domande. Infatti, nessuno poteva sinceramente proclamarsi tenace e duro oppositore dei governi nazionali e regionali degli ultimi dieci anni (Monti, Letta Renzi, Gentiloni, a Roma; Lombardo e Crocetta in Sicilia). Nessuno è stato immune dal sottoscrivere accordi e stipulare compromessi. Tutti hanno commesso errori e sottovalutazioni. Tutti si sono barcamenati e hanno galleggiato nell’oscura e mefitica macchina regionale. Ogni singolo dirigente è responsabile dell’attuale situazione di paralisi e confusione in cui si trova il partito regionale.

E non è inutile ricordare che il PCI-PDS-DS-PD, da solo e con il proprio simbolo, non ha mai raggiunto nelle tre principali città dell’Isola una percentuale superiore al 6/7%; che la dirigenza politica regionale non ha quasi mai ricoperto importanti funzioni nazionali; che il Partito siciliano sin dal dopoguerra è sempre stato “sotto la sorveglianza” di Roma. E che l’unico punta di forza, il Partito, lo trova nelle provincie agricole produttive dell’Isola: Agrigento, Caltanissetta, Enna, Ragusa e Siracusa.

Una situazione critica, quindi, che viene da lontano. Un futuro che speriamo essere meno arrendevole e opaco del recente passato.

 

Giovanni Burgio

CAOS RIFIUTI A BORGO VECCHIO

Un marciapiede a Borgo Vecchio dopo la scomparsa dei cassonetti

 

 

 

 

 

 

 

Maredolce 17 dicembre 2018

 

 

FALSA PARTENZA PER LA RACCOLTA DIFFERENZIATA

 

La raccolta differenziata dei rifiuti a Borgo Vecchio è partita male. Anzi malissimo. Da un giorno all’altro, di punto in bianco, via i cassonetti e via il deposito serale. E dove si butta l’immondizia? Dove si mette il sacchetto sporco? Nessuno lo sa, nessuno è stato informato. Neanche un foglietto di carta appeso al portone, come quelli che lascia l’ENEL quando deve interrompere l’erogazione della luce.

Martedì 4 dicembre c’erano le ronde dei “legalisti” pronti a insultare e indicare “I palermitani” come incivili, retrogradi, sporchi e cattivi. Ma dove si butta il sacchetto? In quale contenitore? E come sarà ritirato?

A migliaia di famiglie non è stato detto niente: né le istruzioni su come differenziare i materiali, né i vari giorni del ritiro. Tantomeno è stato dato alcunché: non i bidoni per il condominio, non gli specifici sacchetti, non i piccoli contenitori domestici. Anche chi voleva fare la differenziata è rimasto sconvolto e disorientato.

Insomma, caos e disinformazione assoluti.

Chiedendo in giro si viene a sapere solo che la RAP darà le opportune informazioni, ed eventualmente distribuire i contenitori, nella Chiesa di S. Lucia o nei locali RAP di via Resuttana.

Risultato di questa terribile disorganizzazione è che la sera i cittadini depositano il proprio sacchetto dell’immondizia accanto al portone, cioè sul marciapiede. E il mattino dopo, o non c’è più nulla perché tutto è stato ritirato, o si trova una piccola montagna di rifiuti.

Ma anche nelle zone limitrofe il Borgo Vecchio dove già la raccolta differenziata si faceva da anni qualcosa è cambiato; in peggio. Bidoni di tutti i colori e destinazione sono sui marciapiedi, a tutte le ore e in tutti i giorni; alcuni pieni, altri vuoti. E sacchetti grandi e piccoli vengono ora lasciati all’aperto, sempre sui marciapiedi, esposti all’indignazione dei passanti.

Se questi sono i fatti, senz’altro si può affermare che la recente nomina alla presidenza della RAP di Giuseppe Norata non ha sortito alcun effetto. Anzi, ha deluso e creato sconforto. Se non si crea un legame, una comunicazione, fra utenti e municipalizzata, come ci si possono aspettare comportamenti adeguati e corretti? Se non si forniscono mezzi e strutture opportuni, come si può pretendere che faccia tutto il cittadino? Quest’ultimo, infatti, come deve differenziare i rifiuti? E quando metterli in strada per farli ritirare?

Abbiamo sempre difeso Orlando e il suo lavoro; e non c’è il minimo paragone con il decennio di centrodestra di Cammarata che, paradossalmente, proprio con l’allora AMIA andava a Dubai a insegnare agli altri come fare la raccolta differenziata. Ma il pressapochismo e l’arrangiarsi sembrano un costume amministrativo costante e pervicace. Precisione e serietà, qualità sconosciute e non praticate.

Speriamo che nei prossimi giorni ci siano informazioni e chiarimenti, distribuzione di materiali e buoni comportamenti. Altrimenti prevarranno disillusione e scetticismo, rassegnazione e pessimismo.

 

Giovanni Burgio